Il suo primo nome, Francesca, era stato scelto 5 anni fa, quando creare una famiglia era solo un vago progetto per il suo papà e la sua mamma. Francesca era il nome di quella che sarebbe stata la nonna paterna, scomparsa prematuramente a causa di un male incurabile. Il suo secondo nome, Stella, è stato scelto poco prima della sua nascita per ricordare la sorellina che per metà gravidanza le ha fatto compagnia nel pancione della mamma. A guardarla ora, Francesca Stella, con gli occhietti vispi come quelli della sua nonna e con le cosce cicciottelle che non tiene un attimo ferme, come quando la sua sorellina tirava i calci al pancione della mamma, nessuno direbbe mai che questa piccola guerriera ha dovuto affrontare un difficile percorso già dal suo primo respiro. E lo ha fatto in uno dei momenti più difficili di tutta la storia del mondo, l’emergenza Covid-19, e in una delle regioni che, seppur risparmiate inizialmente dalla pandemia, è considerata il “terzo mondo” della sanità italiana. Francesca Stella è nata il 10 aprile scorso a Cosenza, dove è poi stata ricoverata per 3 mesi. La piccola è nata con una complicata forma di atresia intestinale, una condizione rara che in genere richiede un lungo percorso di cure e due interventi. Ma nella sfortuna di venire al mondo con un così complicato problema, in piena pandemia, ha avuto la grande fortuna di imbattersi in due fiori del deserto, qualcosa e qualcuno che non ti aspetteresti da una sanità considerata disgraziata come quella calabrese.

Il primo incontro fortunato è stato con Stefano Palomba, primario dell’U.O.C. di Ostetricia e Ginecologia del Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi – Melacrino – Morelli” di Reggio Calabria. Lo stesso medico che poco più di un mese prima ha guidato il team che ha portato alla nascita di tre gemelline senza alcun intoppo. “Palomba ha subito diagnosticato il problema della nostra piccolina e da allora non ci ha mai lasciato soli”, raccontano i genitori di Francesca Stella. “Oltre ad aver monitorato costantemente l’evolversi della gravidanza, è stato poi fondamentale nell’indirizzarci verso il percorso che ha portato alla nascita e alla guarigione di Francesca Stella”, aggiungono. Il lavoro di Palomba non è stato privo di difficoltà. “Inutile girarci intorno: il nostro è un territorio molto difficile e lo è praticamente da sempre”, dice il medico. “Non è affatto facile svolgere il nostro lavoro nel modo giusto in una sanità che presenta moltissime problematiche, ma noi ci proviamo”, assicura. E i risultati si vedono, eccome, nonostante la pandemia. “La storia di Francesca Stella è solo uno dei tanti successi di cui vado orgoglioso”, dice Palomba. “Anche in tempi difficili come questi dell’emergenza Covid-19, mentre il resto del paese è preoccupato per i gravi ritardi nell’oncologia, i nostri interventi chirurgici sui pazienti sono aumenti di oltre il 100 per cento”, aggiunge. Palomba però è uno di quei camici bianchi che difficilmente si accontenta. “Vorrei fare molto di più e ho tantissimi progetti in testa, ma è difficile remare controcorrente”, ammette, pensando alla delusione di non esser riuscito a organizzare un servizio di cure domiciliari che avrebbe potuto fare la differenza in questa pandemia. “Ma non mollo”, assicura.

Il secondo fiore nel deserto in cui hanno avuto la fortuna di imbattersi Francesca Stella e i suoi genitori è Gianfranco Scarpelli, responsabile dell’Unità di Neonatologia e Terapia intensiva neonatale dell’Ospedale Annunziata di Cosenza. “È qui che la nostra piccola è stata accudita per 12 lunghissime settimane, con molta umanità, da tutto lo staff del professore Scarpelli, medici e infermieri compresi”, racconta il papà della piccola. Perché se Luciano Di Leone, medico chirurgo del reparto di Chirurgia pediatrica dell’Ospedale Annunziata di Cosenza, guidato da Shweiki Fawzi è riuscito in un solo intervento a risolvere il problema di Francesca Stella, ripristinando perfettamente l’integrità dell’intestino della piccola paziente, cosa che solitamente richiede più operazioni chirurgiche, è nella Terapia intensiva neonatale che è completamente guarita. “Con lo scoppio della pandemia ci siamo subito organizzati per continuare a garantire ai nostri piccoli pazienti le migliori cure in sicurezza”, racconta Scarpelli. “La nostra struttura è il Centro di riferimento regionale per la chirurgia neonatale e, considerata l’importanza di mantenere pienamente operativi i nostri servizi abbiamo creato percorsi dedicati ai pazienti Covid-19. Nel frattempo abbiamo continuato a operare senza mai fermarci. Oltre a Francesca Stella – continua – siamo intervenuti, ad esempio, su un neonato di appena 1,2 chili che presentava sia atresia esofagea che intestinale. E abbiamo continuato a prenderci cura di ben 58 neonati”. Niente “viaggi” verso il Nord – inizialmente l’epicentro della pandemia – per i neogenitori calabresi. Per loro e i propri piccoli un piccolo rifugio sicuro, in una sanità notoriamente marcia.

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