In dieci anni di Piano di rientro, il deficit sanitario della Regione Calabria è stato ridotto di “soli 6,2 milioni di euro”. È un intervento devastante quello della sezione di controllo della Corte dei conti che fotografa il collasso della sanità calabrese e punta il dito su tutto quello che non va nel sistema sanitario regionale. I giudici della Corte dei Conti, infatti, rimarcano nella relazione e nei loro interventi, “le patologie della sanità calabrese” che, nel 2019, ha assorbito “il 79% delle spese correnti” di tutta la Regione. Che solo pochi giorni fa ha finalmente avuto un nuovo commissario.

“In dieci anni, il deficit sanitario a cui dare di copertura si è ridotto in valore assoluto di soli 6,291 milioni di euro circa (passando da 104,304 milioni al 31 dicembre 2009 a 98,013 milioni al 31 dicembre 2019). È bene ricordare che però, in questi dieci anni, i cittadini calabresi hanno continuato a finanziarie copiosamente la sanità, con il versamento delle extra aliquote Irap e Irpef”. In sostanza, i calabresi pagano e la sanità continua a essere un colabrodo.

Sono numeri, quelli snocciolati dalla giudici contabili, che inchiodano al loro fallimento tanto la Regione quanto il governo che dal 2010, con il commissariamento, ha deciso di gestire direttamente il sistema sanitario regionale. “In altre parole, – sostiene sempre la Corte dei Conti – gli abitanti della Calabria stanno da dieci anni colmando una voragine finanziaria che cresce e si alimenta di anno in anno. A fronte di questi “sacrifici finanziari”, i medesimi cittadini non godono però di servizi sanitari adeguati”.

E ancora: “Nel bilancio della gestione sanitaria, a fine 2019, sono presenti crediti verso lo Stato per 428 milioni di euro. Non si può non evidenziare che il disavanzo sanitario, a differenza di quello accumulato da un Comune, non mette in pericolo i livelli dei servizi pubblici di un territorio circoscritto, ma pregiudica la realizzazione dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, ndr) per tutti gli abitanti di una Regione”. Per essere ancora più esplicita, la Corte dei conti chiarisce: “È messo in pericolo non il servizio di raccolta differenziata, non il servizio di scuola bus, non la pulizia delle strade per gli abitanti di un singolo Comune, ma la piena tutela della salute, che è il ‘diritto dei diritti’, per i circa due milioni di abitanti del territorio calabro”.

Se l’emergenza Covid ha il “merito” di aver acceso un faro sui disastri della sanità da sempre considerata la mangiatoia della peggiore politica regionale, le criticità della sanità calabrese vanno oltre la pandemia e sono strutturali. A partire dal deficit che “è solo uno dei problemi del sistema sanitario regionale. Ad eccezione della Azienda ospedaliera ‘Bianchi Melacrino Morelli’ di Reggio Calabria, tutte le Asp e le Aziende ospedaliere chiudono il 2019 in perdita”.

Le cifre sono sempre da capogiro. Le perdite, infatti, ammontano a circa 223 milioni di euro che certificano “l’assoluta opacità amministrativa che connota la gestione di molte di queste aziende, il cui esempio più evidente è quello della Asp di Reggio Calabria” dove, stando a quanto il collegio sindacale dell’azienda sanitaria ha riferito alla Corte dei conti, “le scritture contabili risultano altamente inattendibili”. Ogni settore della sanità calabrese ha il suo buco: “In base alle informazioni disponibili – scrive ancora la Corte dei Conti – i debiti scaduti verso i fornitori degli enti del Servizio sanitario regionale attualmente superano i 604 milioni di euro”. “Ma sono dati incompleti. – aggiungono i giudici contabili – Mancano quelli relativi alla Asp di Reggio Calabria per la quale, stante anche la assenza di bilanci approvati fin dal 2013, è tuttora impossibile la ricostruzione dei debiti nel tempo accumulati”.

Debiti che inevitabilmente aumentano in Calabria, “perché i tempi di pagamento medi delle aziende nel 2019 sono stati di 195 giorni e gli interessi di mora ‘scattano’ dopo 60 giorni dalla scadenza del debito”. Basta pensare che le “Aziende sanitarie della Regione hanno pagato, per interessi e spese legali oltre 23 milioni di euro nel 2018 e oltre 32 milioni di euro nel 2019”. E questo sempre escludendo i dati dell’Asp di Reggio Calabria che non sono disponibili.

L’avvertimento del presidente della sezione regionale della Corte dei Conti, Vincenzo Lo Presti, arriva puntuale: “I debiti non vanno occultati tra le pieghe delle scritture contabili, come la polvere sotto il tappeto, ma vanno, al contrario, evidenziati e tempestivamente saldati. Il ritardo nei pagamenti drena ingente liquidità dal sistema economico costringendo gli imprenditori al ricorso al credito, spesso a condizioni onerose se non usurarie. Invece, se la pubblica amministrazione onorasse tempestivamente i propri debiti, ciò costituirebbe un volano per lo sviluppo economico e la conseguente immissione di liquidità sul mercato favorirebbe indiscutibilmente la ripresa economica”. Le conclusioni sono del giudice Stefania Anna Dorigo che ha curato la parte della relazione della Corte dei conti sulla sanità calabrese sottolineando “una vera e propria dispersione di risorse finanziarie che potrebbero essere indirizzare in modo più efficiente per il miglioramento dei servizi sanitari resi ai cittadini”.

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