In ogni parte del mondoanche in carcere il 2021 dev’essere l’anno della ripartenza – tanto se dividiamo il pianeta per aree geografiche, quanto se lo facciamo per tipologie di luoghi – l’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato segnato da un identico accadimento: lo scoppio della pandemia. Non identiche sono state tuttavia le conseguenze di tale accadimento. Non identica la paura generata, le misure prese, i risultati ottenuti. Ripercorriamo quanto accaduto in Italia lungo il 2020 in una parte di mondo ben specifica: il sistema penitenziario.

In quella parte di mondo che sono le carceri italiane, il Covid-19 ha immediatamente e radicalmente stravolto l’aspetto del luogo e della vita interna. L’irruzione della crisi sanitaria ha come prima cosa isolato il sistema carcerario dalla società esterna ancor più di quanto usualmente non sia. Da un giorno all’altro, i famigliari, i docenti delle scuole, i responsabili esterni di attività lavorative interne, i volontari sono stati allontanati dagli istituti di pena, creando uno statico silenzio da trascorrere nell’immobilismo più totale e nell’assenza di notizie provenienti da fuori le mura di cinta.

Il 2020 era arrivato mentre il flusso della popolazione carceraria italiana era in costante aumento. All’esplosione della pandemia, alla fine di febbraio, le carceri ospitavano oltre 61.000 persone per 50.000 posti letto ufficiali, per un tasso di affollamento superiore al 120%, che è in realtà superiore poiché non tiene conto dei circa 3.000 posti inutilizzati a causa di manutenzioni.

Durante la prima ondata pandemica, i detenuti risultati positivi al virus erano arrivati a un picco massimo di circa 160 persone nei primi giorni di maggio, essendosi mantenuti sempre sopra le 100 unità a partire dalla metà di aprile. Quattro i detenuti morti di coronavirus durante quei mesi. Ben diverso lo scenario della seconda ondata, quando i detenuti positivi sono arrivati a superare le mille unità e focolai si sono sviluppati in vari istituti in giro per il Paese, da Terni a Sulmona, da Tolmezzo a Busto Arsizio ad altri ancora. I detenuti morti per Covid-19 nel corso dell’autunno sono stati 7, cui si va aggiungere la prima recentissima morte, a Rieti, del 2021.

Altri decessi drammatici si aggiungono a questi. Da un lato, i 56 suicidi, numeri enormi ai quali il sistema sembra oramai assuefatto; dall’altro, le 14 morti avvenute durante le rivolte penitenziarie di marzo nelle carceri di Modena e di Rieti. Lo scoppio della pandemia aveva generato un’ansia ingestibile in carcere, dove la televisione raccomandava con toni accesi di mantenere il distanziamento sociale mentre le persone si trovavano ammassate l’una sull’altra, senza adeguate spiegazioni su quanto andava accadendo, senza canali di comunicazione con le famiglie e senza rassicurazioni sulla salute dei propri cari.

Sulle morti di quei giorni ci aspettiamo che venga fatta rapidamente luce. Se le autopsie hanno parlato di intossicazione da metadone, sappiamo che c’è tuttavia ancora molto da chiarire. In particolare, alla fine dello scorso novembre cinque detenuti trasferiti all’indomani dei fatti da Modena ad Ascoli Piceno hanno inviato un esposto alla Procura raccontando nel dettaglio la rivolta modenese. Parlando del loro compagno (di detenzione e di trasferimento) Salvatore Piscitelli, deceduto a marzo, scrivono che “il detenuto, già brutalmente picchiato alla casa circondariale di Modena, durante la traduzione arrivò ad Ascoli in evidente stato di alterazione da farmici, tanto da non riuscire a camminare (…) Tutti ci chiedevamo come mai non fosse stato disposto l’immediato ricovero”. Piscitelli non sarebbe stato visitato adeguatamente all’arrivo ad Ascoli ed è morto in cella il mattino dopo il trasferimento.

Nei giorni successivi alle rivolte, Antigone ha ricevuto varie segnalazioni che parlavano di presunte ritorsioni violente da parte della polizia penitenziaria verso chi aveva preso parte ai disordini (e anche verso qualcuno che non vi aveva preso parte). I nostri avvocati hanno presentato esposti alle competenti procure e anche su questo ci aspettiamo che la magistratura faccia prontamente luce.

Il 2021 vedrà ancora tanta fatica, ma sarà l’anno della speranza e della ripartenza. Deve esserlo anche in carcere, affinché l’occasione di questo dramma possa essere servita per imparare dagli errori e avvicinare l’esecuzione della pena al dettato della nostra Costituzione. Si potrà fare con i fondi del Recovery Fund destinati alla giustizia, che andranno usati sapientemente per modernizzare gli istituti e prevedere un adeguato piano di assunzioni di personale civile (direttori, mediatori culturali, educatori).

E si potrà fare – si dovrà fare – immediatamente attraverso una campagna vaccinale, che porti, da un lato, alle persone detenute la necessaria informazione sull’indispensabilità del vaccinarsi e, dall’altro, che inserisca chi vive in carcere (personale e detenuti) tra le categorie a rischio da vaccinare in via prioritaria, così come accade per le Rsa.

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