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Quel 2 giugno 1946 le donne compresero che votare poteva cambiare le loro vite

In quella tornata che ebbe un’affluenza record, le donne superarono gli uomini come elettrici. Le 21 elette alla Costituente si rivelarono fondamentali per le riforme del diritto di famiglia
Quel 2 giugno 1946 le donne compresero che votare poteva cambiare le loro vite
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La scena del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi (in foto), dove la protagonista si toglie il rossetto prima di inumidire la scheda elettorale, è una delle più belle del film. Molte donne che erano andate a votare per la prima volta quel 2 giugno del 46 con il loro migliore vestito e con un filo di rossetto e qualche belletto, come per andare ad un’importante cerimonia, avevano la consapevolezza che quel voto sarebbe stato importantissimo per il loro futuro e non volevano assolutamente che la loro scheda fosse annullata, se fosse stata macchiata da un segno rosso.

Quella generazione di donne che non aveva avuto sino ad allora accesso alla vita pubblica del Paese, che non aveva rappresentanza in Parlamento, ma aveva contribuito alla liberazione dal nazifascismo, aveva sostituito nelle fabbriche gli uomini al fronte, si era fatta carico della famiglia e delle gravi conseguenze della guerra: cercare di reperire cibo, trovare sicurezza nei rifugi, scappare molto spesso nelle campagne, sfamare e dare un tetto a chi fuggiva dai tedeschi e dai fascisti, aveva capito l’importanza del voto. Eleggere ed essere elette poteva iniziare a cambiare le loro vite.

In effetti quelle del 2 giugno furono le prime elezioni politiche dove votarono le donne, ma tre mesi prima per le amministrative di 5700 comuni le donne poterono già esprimere il loro voto ed essere elette e in effetti ne furono elette oltre duemila nei Consigli comunali e tredici sindache in piccole amministrazioni. In questa tornata elettorale che ebbe un’affluenza record, le donne furono quelle che diedero una grande spinta e superarono gli uomini come elettrici.

Nelle elezioni del 2 giugno dove si votava, oltre che per scegliere fra Repubblica e Monarchia, anche per eleggere l’Assemblea Costituente, i numeri delle donne elette, a fronte di una grande loro partecipazione, grazie anche al grande lavoro dei movimenti femminili e femministi, sono esigui: furono scelte infatti 21 Donne su un totale di 556 eletti, solo il 3,6%. Quelle 21 donne, che provenivano da partiti ed esperienze diverse riuscirono però a superare gli steccati ideologici ed ebbero una tale forza che permise di inserire in Costituzione principi che si rivelarono fondamentali per le riforme che nei decenni successivi il Paese riuscì a realizzare.

Primo fra tutti l’art. 3 che sancisce il principio di uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini davanti alla legge e il dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza e da cui discendono tutti gli altri: parità tra i coniugi, nell’educazione dei figli, parità salariale. La portata, per esempio, dell’art. 29 della Costituzione che sancisce che il matrimonio è fondato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, è enorme e sarà fondamentale per la riforma del diritto di famiglia, compiuta solo nel 1975, che pone fine al “lunghissimo Ottocento del diritto di famiglia”.

Pensare che sino a quella data “il marito è capo della famiglia, la moglie segue la condizione civile di lui, ed è obbligata ad accompagnarlo ovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza” e che “il marito ha il dovere di proteggere la moglie, di tenerla presso di sé, di somministrare tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita in proporzione delle sue sostanze” sembra per noi oggi inconcepibile. Per capire quanto la donna fosse subordinata all’uomo basti pensare che occorreva l’autorizzazione maritale, per qualsiasi atto amministrativo di beni materiali anche appartenuti alla donna, che derivava dal pensare la donna come incapace di amministrare e gestire alcun tipo di bene, dominata com’era da “un’incontrollata emotività”.

La stagione delle riforme e dell’approvazione di leggi che hanno radicalmente cambiato la vita delle donne inizia con la legge sul divorzio, o meglio della Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (si evitò accuratamente la parola divorzio), e continua con la legge di istituzione dei consultori, quella che aboliva il divieto di pubblicizzare i metodi contraccettivi, con i vari provvedimenti a tutela della maternità della donna lavoratrice e con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza e tante altre. Sono leggi che hanno radicalmente modificato la vita delle donne, ma hanno anche contribuito a cambiare i modelli culturali nel nostro Paese, a dare consapevolezza alle donne dei loro diritti.

Purtroppo la stagione delle riforme si è arrestata e molte leggi avrebbero bisogno di una revisione e di alcune modifiche, assistiamo invece ad un arretramento e spesso addirittura alla loro non applicazione corretta.

Così come si è arrestato il cammino verso la rappresentanza delle donne nelle istituzioni locali e nazionali, dopo una stagione di provvedimenti che avrebbero dovuto servire ad aumentarla. Basta leggere i dati dell’ultima tornata amministrativa: su 18 capoluoghi andati al voto c’è solo una donna eletta sindaca, e le donne candidate a questo ruolo, nei capoluoghi, erano solo il 10,5% (la percentuale più bassa dal 2021), per capire che non sono poi tanto lontani dalle percentuali del 46… Lo stesso discorso si può fare per le ultime Politiche, dove abbiamo sì una donna Presidente del Consiglio, ma una minore presenza delle donne in Parlamento rispetto all’ultimo decennio. Le generazioni che sono seguite a quella delle 21 costituenti, hanno dato molto spesso per scontata la grande conquista del voto alle donne e forse non hanno avuto la consapevolezza di quanto fosse importante che le donne, quelle che credono e lottano per i loro diritti, siano presenti in massa nei luoghi dove si decide il futuro del Paese.

Oggi più che mai quando si rileva la grande percentuale di astensionismo anche fra le donne, dispiace che non si colga il grande valore che per tutti, ma per loro in particolare, può avere l’espressione della propria scelta politica.

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