Il mondo FQ

Voto alle donne 80 anni dopo, la conquista delle prime elette del 1946 e la parità che ancora non c’è: sono solo il 15% dei sindaci e un terzo dei parlamentari

Tra marzo e novembre 1946 furono elette le prime tredici sindache, 21 invece le rappresentanti scelte per la Costituente grazie al primo suffragio universale. Ma la battaglia per la parità è tutt'altro che vinta: ecco la fotografia di oggi
Voto alle donne 80 anni dopo, la conquista delle prime elette del 1946 e la parità che ancora non c’è: sono solo il 15% dei sindaci e un terzo dei parlamentari
Icona dei commenti Commenti

Saranno anche passati 80 anni dal primo voto a suffragio universale in Italia, ma ancora per le donne in politica la strada da fare è lunga. Mentre si festeggia l’anniversario di uno dei traguardi più importanti della nostra democrazia, a parlare sono i dati di una partecipazione che è ancora sbilanciata e non paritaria. Raggiunta, a fatica, la conquista di avere due donne leader dei principali partiti politici (Giorgia Meloni e Elly Schlein), non si può certo dirsi soddisfatti quando si guarda la composizione del Parlamento (le donne sono circa il 34%), ma soprattutto i consigli comunali (35,3%) e le sindache (15%), ovvero là dove la presenza egualitaria può fare davvero la differenza.

Le prime elette nei Comuni: ieri e oggi

Nel 1946 le donne andarono per la prima volta al voto e la loro fu una conquista nata dalle lotte del dopoguerra dalla resistenza partigiana. Tra marzo e novembre del 1946, ci furono le prime elezioni amministrative, e furono elette circa 2mila consigliere comunali (1,5/2 per cento del totale) e tredici sindache. Queste sono considerate delle vere e proprie pioniere: le socialiste Elisa Carloni a Castiglion Fibocchi e Anna Montiroli Coccia a Roccantica; le democristiane Ninetta Bartoli a Borutta, Margherita Sanna a Orune, Caterina Tufarelli Palumbo a San Sosti, Lydia Toraldo Serra a Tropea, Ines Nervi Caratelli a San Pietro in Amantea, Briseide Verrotti a Pianella; le comuniste Elsa Damiani Prampolini a Spello, Elena Tosetti a Fanano, Ada Natali a Massa Fermana, Alda Arisi a Borgosatollo; Ottavia Fontana a Veronella.

Oggi, a prendere il testimone di quelle donne che per prime ottennero la fascia tricolore, sono centinaia di elette a livello locale. Ma ancora non la metà del totale. Stando ai dati dell’ultimo report Anci di marzo scorso (che non tiene conto della tornata ancora in corso), le amministratrici sono 44.402, pari al 35,3% del totale. La presenza è più alta tra gli assessori (44,5%), seguiti da consigliere (35,3%), vice sindache (32,3%) e presidenti del consiglio comunale (29,6%), mentre le sindache donne sono solo il 15,4%, pari a 1.187 prime cittadine. Di queste, quasi la metà proviene dal Nord-Ovest (43,7%). Per l’Associazione nazionale dei Comuni va segnalata la crescita di oltre otto volte rispetto al 1986 (quando erano 145), ma impossibile non ammettere che la parità è ancora lontana. Per chi ha già pronta la scusa del “non sono preparate”, parlano i dati: le donne amministratrici non solo sono mediamente più giovani (49 anni contro 52), ma anche più istruite degli uomini. Infatti, il 49% ha una laurea o titolo post-laurea, contro il 34% dei colleghi maschi. E sono, ad esempio, oltre la metà delle dipendenti della macchina amministrativa: il 58% delle dipendenti sono donne, il 56% dei segretari comunali e circa 4 dirigenti su 10 sono donne. Numeri che confermano una penalizzazione quando si tratta di essere elette o nominate e non quando a giocare è principalmente la competenza.

Sono dati che si assestano sulla media Ue, ma comunque sono più bassi rispetto a quanto avviene in Spagna e Francia, dove le elette nei consigli locali sono oltre il 40% e le sindache intorno al 20-22 per cento (dati Eurostat). In Italia esiste una legge del 2014, che ha stabilito che nelle giunte nessuno dei due sessi può avere meno del 40 per cento di rappresentanza. Come analizzato da un recente articolo delle ricercatrici Flavia Cavallini, Alice Dominici e Olivia Masi (International Tax and Public Finance, 2026), questo ha comportato un aumento della presenza delle donne nel periodo 2009-2018, ma non un aumento delle elette, segno che la rappresentanza femminile è stata “strategicamente spostata”. La loro presenza in luoghi di potere però, ha avuto un effetto sui bilanci e su come sono stati spesi i soldi pubblici: c’è stata una “riduzione della quota di bilancio destinata alla cultura” (fino a -47%) e un “aumento di quella per istruzione e servizi educativi, in particolare la scuola dell’infanzia” (+25%). Questo a fronte di una spesa complessiva invariata: ovvero le donne non fanno spendere di più, ma scelgono di destinare più fondi ai servizi.

Le donne della Costituente e quelle ora in Parlamento

Le donne 80 anni fa non scelsero solo le prime elette nei consigli comunali, ma andarono a votare anche per chi le avrebbe rappresentate nella stesura della Costituzione. In quel voto storico, che ha forgiato per sempre la nostra Repubblica, furono 21 le donne elette sui 556 componenti (3,78% del totale). Ricordiamole perché, almeno oggi, non vengano dimenticate: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Maria Jervolino De Unterrichter, Teresa Mattei, Lina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

Oggi, le loro eredi sono circa il 34 per cento del totale (132 deputate, 75 senatrici). Una cifra che è leggermente più bassa rispetto a quella della precedente legislatura (35%) e in linea con la media Ue. Ben lontana però dai Paesi leader dell’Ue: al primo posto c’è la Finlandia con circa il 46% di donne in parlamento, seguita da Svezia e Danimarca, entrambe attorno al 44–45%. Subito dietro si trovano Francia e Spagna, che negli ultimi anni hanno consolidato una presenza femminile tra il 40 e il 43 per cento. Per l’Italia la soglia del 40 per cento è ancora lontana. Senza dimenticare che, quando si tratta delle prime tre cariche dello Stato, attualmente solo una (la presidente del Consiglio) è in mano a una donna. E la più alta, quella del Quirinale, mai è stata raggiunta da una rappresentante femminile.

Ecco, oggi, mentre celebriamo il primo voto delle donne nel nostro Paese, chissà cosa direbbero le prime 13 donne sindache o le 21 elette della Costituente guardando a un’Italia che ancora, quando si tratta di potere politico, è costretta a inseguire la parità.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione