Il pessimismo è l’atteggiamento preponderante tra i negoziatori della Brexit. A meno di due settimane dalla fine del 2020 non c’è ancora la firma sull’accordo definitivo sul divorzio tra l’Unione europea e la Gran Bretagna. Ma da entrambe le parti si cerca di evitare che la questione si protragga nel 2021, ipotesi più probabile ma che obbligherebbe Bruxelles e Londra a far scattare misure emergenziali per una gestione meno traumatica del no deal con relazioni regolate soltanto dall’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto). Così oggi il Parlamento europeo ha mandato un ultimatum, che suona però anche come un invito, al governo di Boris Johnson, cercando di fare ulteriore pressione e stimolare l’intesa: la Plenaria è disposta a riunirsi e votare l’accordo definitivo anche in seduta straordinaria se questo dovesse arrivare entro domenica. Se così non fosse, gli eurodeputati non assicurano il loro via libera entro fine anno.

Così, anche nella serata di giovedì, intorno alle 20, è previsto un nuovo colloquio telefonico tra il premier britannico e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. I due leader sono ormai i principali interlocutori sulla Brexit. L’intenzione è quella di arrivare a una chiusura sul fotofinish, anche se da Londra, forse anche per tattica, continuano a sostenere che un’intesa prima di Natale sia poco probabile, come ha ripetuto anche oggi il ministro Michael Gove. I negoziatori stanno lavorando per “colmare le lacune che rimangono” ma, ha aggiunto Downing Street, “un’uscita dall’Ue sul modello australiano rimane ancora il risultato più probabile”. Ipotesi che però l’Ue ha più volte respinto.

Gove, braccio destro di Johnson sul dossier Brexit, su questo ha aperto uno spiraglio, assicurando che un accordo di libero scambio con l’Ue per regolare le relazioni future dal 1 gennaio prossimo resta l’obiettivo del governo Tory, seppure “in tempi più lunghi di quanto avremmo voluto”. E parla di passi in avanti nei colloqui di questi giorni fra i team riuniti a Bruxelles sotto la guida dei due capi negoziatori, Michel Barnier e di David Frost, per provare a percorrere quel “miglio in più” annunciato domenica scorsa. Anche se restano ancora differenze “significative” da colmare, aree su cui Londra non può cedere perché “vanno esattamente al cuore del mandato che questo governo ha avuto dal Paese” sulla base del risultato del referendum del 2016. “Buoni progressi, ma rimangono gli ultimi ostacoli”, ha confermato Barnier ai capigruppo del Parlamento europeo. Sottolineando che anche la Ue ha le sue linee rosse: “Firmeremo solo un accordo a tutela degli interessi e dei principi dell’Ue”.

Nel frattempo, quindi, l’Europa continua ad organizzarsi in caso di no deal. Dopo aver elaborato quattro misure di emergenza per garantire i collegamenti stradali e aerei, che verranno votate domani, per evitare l’interruzione del traffico ferroviario nel tunnel sotto la Manica a partire dal 1° gennaio 2021 il Parlamento ha anche accettato di prorogare temporaneamente le licenze e i certificati di sicurezza, così da dare a Francia e Regno Unito il tempo sufficiente per concludere un accordo bilaterale. La licenza per l’attuale gestore dell’infrastruttura del tunnel rimarrà valida per due mesi dopo la fine del periodo di transizione, mentre i certificati di sicurezza e le licenze rilasciate in base alla legislazione Ue alle imprese del Regno Unito saranno prorogati per nove mesi.

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