ll 12 dicembre di cinque anni fa, per la prima volta nella storia, oltre 190 Paesi hanno firmato gli Accordi di Parigi sul clima. L’esito è stato di un’importanza scientifica e politica senza precedenti: approvato a grande maggioranza, il testo prevede che tutti i firmatari si impegnino per contenere la temperatura media globale entro +2 gradi centigradi, facendo tutto il possibile per non superare i +1.5.

A seguito dell’accordo, Paesi che non si erano di certo distinti per l’impegno nell’affrontare la crisi climatica, come ad esempio la Cina, hanno annunciato di voler raggiungere la neutralità climatica entro il 2060 e il picco di emissioni nel 2030.

Nel complesso, Climate Action Tracke rileva che 127 nazioni responsabili del 63% delle emissioni, tra cui anche Sudafrica, Giappone, Canada, Corea del Sud, stanno prendendo in considerazione o hanno adottato obiettivi netti zero.

La Conferenza tenutasi in Francia nel 2015 ha segnato il culmine di 25 anni di dibattito sui cambiamenti climatici, e un grande successo del multilateralismo e della cooperazione internazionale. O meglio, un successo apparente.

A cinque anni di distanza, la comunità scientifica evidenzia come i leader mondiali non stiano mantenendo gli impegni presi a Parigi. L’aumento medio della temperatura è già pari a 1.2 gradi. Ad oggi, solo tre nazioni hanno approvato un piano per ridurre le proprie emissioni di CO2 a un livello coerente con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi. Sapete quali?

La Svezia o un altro paese del Nord Europa, penserete voi. Al contrario, sono tre Stati che non ci aspetteremmo di vedere in cima alla lista dei buoni: il Marocco, la Costa Rica e il Gambia. Invece la Svezia è tra i dieci Paesi al mondo con il più alto impatto ecologico pro capite.

L’obiettivo dell’Accordo di Parigi è considerato un traguardo ambizioso, ma in realtà significherebbe fermarsi sull’orlo del baratro. Quand’anche fossimo miracolosamente in grado di raggiungerlo – al momento dovremmo avere una probabilità del quattro o cinque per cento – vivremo in un mondo molto meno ospitale di quello che conosciamo e molti dei cambiamenti in corso, come abbiamo visto in uno degli ultimi post sul blog, saranno nella migliore delle ipotesi irreversibili.

Inoltre, c’è un’enorme differenza tra un aumento di 1.5 gradi e uno di 2 gradi: dovremmo averlo ben capito, se avendo una temperatura corporea minore o pari a 37 possiamo entrare nei luoghi pubblici ma con solo mezzo grado in più veniamo ritenuti pericolosi per la salute pubblica.

Lo stesso avviene per le conseguenze climatiche, tenendo però a mente che il riscaldamento non è uguale ovunque: molto più accentuato ai poli, meno percettibile all’equatore.

Ogni centesimo di grado in più significa naturalmente maggiore distruzione degli ecosistemi, perdita di biodiversità, eventi meteo sempre più devastanti, raccolti meno fruttuosi, migrazioni forzate in aumento.

Tra previsioni inascoltate, promesse mancate e nodi tortuosi, il quadro attuale sembra tutt’altro che roseo. Nel 2018 si sono investiti circa 800 miliardi di dollari nell’estrazione di petrolio e gas a fronte di circa 550 nei settori a basso impatto ambientale. Nel frattempo, le emissioni di CO2 da combustione fossile continuano ad aumentare. Tre giorni fa, 18 Ong internazionali, tra cui Re:Common, hanno lanciato il rapporto I 12 progetti che rischiano di distruggere il Pianeta, che vedono coinvolte la società francese Total, l’anglo-olandese Shell e l’italianissima Eni.

Leonardo Di Caprio, Portatore di Pace delle Nazioni Unite e attivista ambientale, chiese all’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama: “Se il prossimo Presidente non dovesse credere nella teoria dei cambiamenti climatici, ormai tanto affermata quanto quella della gravità, pensa che avrebbe la possibilità e il potere di smantellare tutto ciò per cui lei ha lavorato?”. “Anche se un politico incentrasse la sua campagna sulla smentita dei dati ufficiali ormai la realtà è davanti agli occhi di tutti, negarla sarebbe difficile. Credo che l’opinione pubblica inizi a credere nella scienza”, rispose Obama in scioltezza.

Sappiamo com’è andata a finire. Sia in merito alle elezioni, sia per quanto riguarda la fiducia nella scienza al tempo di una pandemia e la campagna di disinformazione portata avanti dall’amministrazione Trump rispetto al Covid e ai cambiamenti climatici. “Covenants without swords are nothing but words“. Gli Accordi di Parigi non sono stati fatti a colpi di spade e rischiano quindi, secondo la nota citazione, di rimanere parole vuote.

Ciononostante, nel marzo 2020, Gabriele Crescente, in un articolo per Internazionale, scrisse saggiamente: “La pandemia potrebbe davvero offrire un’opportunità imprevista. Fino a poche settimane fa era opinione diffusa che solo un rallentamento dell’economia statunitense avrebbe potuto impedire la rielezione di Donald Trump alle presidenziali di novembre. Ora quel rallentamento è praticamente certo. Se questo dovesse contribuire a portare alla Casa Bianca un presidente deciso ad annullare l’uscita dagli accordi di Parigi e a riprendere il ruolo di primo piano avuto da Barack Obama nei negoziati internazionali, la crisi del nuovo coronavirus potrebbe avere almeno un effetto duraturo sull’emergenza climatica”.

A breve alla Casa Bianca si insedieranno Joe Biden e Kamala Harris, che hanno più volte esternato l’intenzione di voler rientrare nell’accordo, e questo porta a un barlume di speranza. I Paesi più sviluppati dal punto di vista industriale ed energetico hanno una responsabilità ancora maggiore relativamente al contenimento del surriscaldamento globale. L’Italia è tra questi, e deve porsi come obiettivo i tagli delle emissioni previsti dagli Accordi: per avere il 66% delle possibilità di un aumento di temperatura non superiore al famigerato 1.5, va tagliato almeno il 50% delle emissioni entro il 2030.

Poche ore fa l’Unione Europea sembra aver trovato un’intesa che prevede una riduzione delle emissioni del 55% nei prossimi dieci anni, ma ancora non è abbastanza.

Il Next Generation Eu è l’occasione per attuare un piano serio di riconversione ecologica, che rispetti gli Accordi di Parigi e ponga l’Italia in prima fila nella lotta per il clima. Su questo insistono anche la campagne di Fridays For Future Italia #RitornoAlFuturo e #NonFossilizziamoci.

A fronte di tutto ciò, nel quinto anniversario della ratifica degli Accordi di Parigi, i movimenti per il clima hanno lanciato l’hashtag #FightFor1.5 e ieri sono tornati in piazza in Italia e in tutto il mondo con flash mob dedicati e proiezioni scenografiche.

Nel novembre 2021 è prevista a Glasgow la prossima Conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (COP26) a presidenza anglo-italiana. Sarà un momento cruciale, e da ora in avanti dobbiamo fare più pressione possibile affinché avvenga almeno ciò che il Segretario dell’Onu Antonio Guterres ha chiesto, cioè che entro quella data “ogni Paese, città, istituto finanziario e azienda” adotti piani per la transizione a zero emissioni nette entro il 2050.

Combattiamo per l’uno punto cinque.

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