di Ilaria Muggianu Scano

Grazia Deledda venne rimproverata a lungo dai suoi conterranei per non aver sfruttato la propria posizione di grande notorietà per ottenere attenzione sugli annosi problemi in cui versava la Barbagia abbandonata dal governo centrale. Oggi non pare cambiato alcunché, o peggio, l’incubo planetario del Covid-19 non ha fatto che acuire ulteriormente disagi e disservizi che rendono invivibile la quotidianità nel cuore mediano della Sardegna più remota, che non sembra assistere neppure ad una parziale evoluzione storica da tempi pre unitari.

I toni apocalittici sono soltanto la necessaria premessa alla straziante condizione delle madri di bambini in età pediatrica che nell’entroterra sardo dal mese di gennaio non hanno possibilità di fruire del servizio essenziale del medico pediatra. La protesta è temperata da un garbato scetticismo anche nei confronti delle divinità politiche autoctone e alloctone e la sfiducia rasenta l’irreversibile decisione di spopolamento dei paesi in questione: “Il nostro territorio sta morendo, qualcuno ci dia motivi per rimanere, all’orizzonte si vedono soltanto motivi per andarsene”.

Nei comuni barbarici, più o meno popolosi, di Aritzo, Belvì, Gadoni, Meana Sardo e Desulo non esiste uno specialista che possa dichiarare la guarigione dei bambini in età scolare dopo i tre giorni d’assenza, nessun pediatra che si assuma la responsabilità di stabilire che l’assenza scolastica non sia determinata dal Covid-19, in maniera da assicurare l’intero istituto sulla sicurezza del rientro all’attività didattica. Nessun servizio di assistenza pediatrica: ma le famiglie non chiedono l’impossibile: “Sarebbe sufficiente che il medico venisse per due volte la settimana in modo tale da non doverci recare nei comuni più lontani in cui il servizio è previsto”.

Una madre di Meana Sardo (da “mediana”, posta al centro, il che denota il penoso isolamento della cittadina) implora aiuto per la sua bambina affetta da bronchite asmatica: “La bambina non può andare a scuola perché non c’è uno specialista che si prenda la responsabilità di dichiarare che nostra figlia non ha il Covid-19. Siamo veramente esausti, chiediamo di poter godere dei diritti basilari di ogni cittadino, che il servizio essenziale dell’assistenza sanitaria sia omogeneo su tutto il territorio e si occupi quanto meno delle fasce deboli della popolazione, come i nostri bambini”.

L’isolamento nell’isolamento, dal momento che le comunicazioni e i trasporti al centro dell’isola sono esigui e tutt’altro che agevoli. Non mancano episodi surreali, neppure isolati, che vedono i bambini letteralmente prigionieri in casa per via di malattie croniche che non hanno affinità con il coronavirus ma che in mancanza di attestazione pediatrica relativa allo stato di salute del bambino che escluda la presenza del Covid, di fatto condannano i bambini all’incubo dell’isolamento.

Se i pediatri hanno un ruolo di primaria importanza nella buona riuscita della nuova dimensione scolastica – come afferma Giuseppe di Mauro, Presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale Sipps – ed è fondamentale che ognuno faccia la sua parte perché il rischio di chiudere le scuole coincide con il tracollo dell’intero sistema, allora norma essenziale sarebbe partire dal risparmiare il trauma psicologico dell’isolamento ai bambini, specie se è del tutto inutile.

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