Condannato all’ergastolo anche per le stragi del 1992. A soli trent’anni, l’attuale latitante Matteo Messina Denaro, contribuì alla ‘strategia stragista’ in cui furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. La decisione è arrivata poco prima di mezzanotte, al termine di una lunga camera di consiglio durata oltre tredici ore. La primula rossa di Castelvetrano era già stato condannato per le bombe al nord Italia del 1993, quando per volontà di Bernardo Provenzano si colpirono i beni artistici a Firenze, Milano e Roma. Ma stavolta la corte d’Assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Roberta Serio, lo ha dichiarato colpevole degli attentati di Capaci e via d’Amelio. Riconoscendo l’esistenza di un “disegno comune” scattato all’indomani della sentenza definitiva sul maxiprocesso, emessa dalla Cassazione il 30 gennaio ‘92.

Con l’attuale latitante nel ruolo di trait d’union tra i due periodi. “La decisione di uccidere i due giudici non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza”, ha detto il pm Gabriele Paci, nel corso della requisitoria conclusa a metà luglio quando aveva chiesto il fine pena mai. Un processo durato oltre tre anni, basato su una rilettura dei fatti, alla luce di nuove testimonianze e della valorizzazione di dettagli emersi durante altri processi.

“L’istruttoria di questo processo è stata difficile perché abbiamo fatto delle domande vent’anni dopo a persone a cui non avevano mai fatto domande del genere”, disse Paci durante la requisitoria. Secondo la procura di Caltanissetta, dietro le stragi mancava il consenso dell’intera Cosa Nostra e qualcuno, nei mesi precedenti, avrebbe provato a fare un passo di lato, per sottrarsi alla decisione. Tra questi c’erano don Ciccio Messina Denaro di Castelvetrano e Mariano Agate di Mazara del Vallo. “Il primo fece sapere che si era gravemente ammalato, il secondo invece all’indomani della sentenza sul maxiprocesso si andò a consegnare in carcere”, ha aggiunto Paci. Al loro posto “furono mandati in avanscoperta” il figlio Matteo ed Enzo Sinacori, che anni dopo il suo arresto inizierà a raccontare i dettagli di quei mesi ai magistrati. Il ruolo dell’attuale latitante invece sarebbe stato quello di anestetizzare il ‘dissenso interno’, per rafforzare le decisioni di Totò Riina. “Matteo Messina Denaro è uno yesman – ha continuato il pm -, non è mai venuto alla ribalta per una contrapposizione con quelli che contavano e Riina non poteva fare a meno dei consenso dei trapanesi e dei loro contatti con la massoneria”.

Così vennero eliminati chirurgicamente i vertici della famiglia di Marsala, Francesco Craparotta e Gaetano D’Amico, uccisi nel febbraio ‘92, e il capo del mandamento di Alcamo, Vincenzo Milazzo, eliminato pochi giorni prima della Strage di via d’Amelio. Secondo la tesi dell’accusa a cavallo dei due anni, da giovane rampante, Matteo Messina Denaro avrebbe preso il posto del padre a capo del mandamento di Castelvetrano e dell’intera mafia trapanese. “Le stragi furono decise dalla Supercosa tra il 10 ottobre e il 2 novembre 1991”, ha detto il magistrato, riferendo una delle ultime rivelazioni del pentito Sinacori. In quel periodo i vertici delle famiglie siciliane si incontrarono in una riunione ad Enna, ma successivamente si sarebbero riuniti anche nel trapanese, in un terreno di Pietro Giambalvo, un mafioso originario di Santa Ninfa, che però era prestanome di Riina in almeno due appezzamenti a Castelvetrano. “Quando Sinacori viene informato della riunione da Agate, quest’ultimo non sapeva niente, vanno a Castelvetrano, nel territorio di Matteo, e Riina parla, dando delle spiegazioni”, ha detto Paci. “Conta poco dire se il consenso di Messina Denaro fu ad Enna, pochi giorni prima, pochi giorni dopo, se risale a Castelvetrano, questo conta poco, perché in quel periodo lui diede il suo assenso come rappresentante provinciale, diede un assenso informato”.

Nel corso della requisitoria è stato ricostruito anche il ruolo di alcuni pentiti che avrebbero “inquinato l’acqua nei pozzi” come Vincenzo Calcara, che avrebbe sottostimato il profilo di Matteo Messina Denaro durante i suoi primi interrogatori. Ma anche di Calogero Pulci, che “ha raccontato dei fatti, dando date e valutazioni completamente sconnesse rispetto alle risultanze processuali”. A partire dalle inesattezze sulla cosiddetta ‘missione romana’, in cui l’attuale latitante, assieme ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, avrebbe dovuto uccidere a Roma il giudice Falcone, oltre che alcuni giornalisti, tra cui Maurizio Costanzo. “Guarda che se mi succede qualcosa, i picciotti Giuseppe Graviano e Matteo sanno tutto”, si sente dire in una delle conversazioni di Riina, intercettato in carcere con Lorusso. Il verbale, assieme alle nuove dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, rientra tra gli elementi nuovi del processo, che ha delineato anche la valenza politica dell’intera strategia che portò all’uccisione di Falcone e all’accelerazione dell’attentato a Borsellino. “Matteo Messina Denaro non partecipò fisicamente ne all’esecuzione della strage di Capaci ne a quella di via d’Amelio – aveva detto Paci in requisitoria – ma abbiamo provato che fu uno dei mandanti, uno dei protagonisti di tutta quella drammatica stagione che poi allunga la sua scia in altri parti del paese”.

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