Finito nel mirino per una frase da lui stessa definita dal “tono stonato” ovvero che il virus era clinicamente morto, Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e rianimazione del San Raffaele di Milano e medico personale di Silvio Berlusconi, sembra fare un appello alla calma dalla pagine del Corriere della Sera, ma allo stesso tempo di proporre un invito alla prudenza. “Siamo in tempo per un’azione tempestiva. Non è una catastrofe. Dobbiamo mantenere lucidità d’azione. Io sono contrario al metodo della paura – dice ancora – ossia a spaventare i cittadini affinché reagiscano come voglio io. A maggio il virus era in ritirata, oggi è tornato a mordere, probabilmente anche per comportamenti negligenti. Ma solo di pochi. La maggior parte della popolazione è coscienziosa, giovani compresi. Lo ripeto: con il virus dobbiamo imparare a convivere”.

Adesso che si fa? “Mi auguro innanzitutto che nei più giovani scatti un meccanismo di protezione nei confronti di genitori e nonni. Dobbiamo proteggere loro, i fragili. Persone magari con il diabete o cardiopatie, normalmente sotto controllo, ma che se si infettano possono aggravarsi. Sono certo che con comportamenti corretti dal punto di vista qualitativo, riusciremo a risolvere anche i problemi quantitativi. Senza una presa di responsabilità dei singoli non ne possiamo uscire”.

Le rinunce “servono a salvaguardare tutto ciò che deve rimanere attivo. Scuola e attività produttive soprattutto. Ma anche la possibilità di continuare a prendere in carico i malati no Covid”. Al San Raffaele “per almeno il 30% dei pazienti che arrivano in Pronto soccorso basterebbe una responsabile assistenza domiciliare” mentre le terapie intensive sono “ancora sotto controllo perché la risposta alle terapie è migliore rispetto allo scorso marzo e aprile. L’esito è più favorevole. Questa pandemia deve servirci da lezione. Servono più rianimatori, infettivologi e immunologi. È stata scelta per tutta la Lombardia la linea del coprifuoco. Il mio senso civico mi obbliga a obbedire, ma certe terminologie evocano scenari che non vorrei lasciare in eredità ai miei figli”.

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