Medusa è una delle figure più affascinanti della mitologia greca, raccontata e dipinta fino allo sfinimento per il suo misterioso sguardo pietrificante e la sua chioma di curve e serpenti. Trasformata nel corso dei secoli quasi in una femme fatale, è l’unica tra le Gorgoni a non essere immortale; fu Perseo, figlio di Zeus, a decapitarla di nascosto durante la notte. Nel 2020 si prende la sua rivincita: da qualche giorno Medusa è viva e vegeta davanti al tribunale di New York, più chiacchierata che mai. Si tratta di una statua in bronzo di Luciano Garbati che raffigura il mito capovolto, poiché in questo caso è Medusa a tenere in mano la testa dell’eroe greco, vittoriosa.

La casa della giustizia di New York è una delle sedi in cui il movimento #MeToo ha avuto maggiore fermento: proprio qui lo scorso febbraio è stato condannato a 23 anni di carcere Harvey Weinstein, per stupro e atti sessuali criminali, con un’altra sentenza in attesa a Los Angeles. Cosa c’entra Medusa con Weinstein?

Nelle Metamorfosi di Ovidio, il poeta racconta che Medusa era in origine una ragazza splendida, la cui bellezza aveva attirato l’attenzione di Poseidone. Nella mitologia greca di certo non c’erano problemi riguardanti il consenso, così il dio del mare violentò Medusa in un tempio di Atena. Fu proprio quest’ultima che, non potendo sopportare la profanazione del suo luogo sacro, trasformò la fanciulla in un mostro, capace di pietrificare chiunque avesse incrociato il suo sguardo.

Sulla scia del movimento femminista, Medusa è diventata simbolo del victim-blaming, ovvero la tendenza a incolpare le vittime di stupro per quanto hanno subito. La statua di Garbati dinanzi al tribunale newyorkese rende omaggio proprio alla rabbia delle donne, per tutte quelle volte in cui la risposta a una denuncia di abuso è stata “se l’è cercata!”, “io non le credo!”, oppure “avrebbe potuto dire di no!”. Ovviamente le critiche sono arrivate a pioggia e da ogni lato, persino quello femminista.

Prima voce tra tutte è quella che grida “not all men”, non tutti gli uomini sono stupratori. Perseo secondo molti rappresenterebbe il genere maschile in toto, che subisce la violenza cieca e vendicativa di Medusa. Perseo rappresenta invece il patriarcato (e coloro che fanno proprie le sue idee) che ha sempre negato alle donne qualsiasi forma di giustizia. Questo sì che scatena la furia del femminismo, simbolica e non. Tanti su Twitter hanno criticato duramente la scelta del personaggio maschile: la testa mozzata avrebbe dovuto essere quella di Poseidone, il vero stupratore del mito. Trovo invece che sia più potente scegliere una figura che in qualche modo rappresenta la società cieca, che non ha il coraggio di guardare Medusa negli occhi (proprio come Perseo), di riconoscerla per ciò che è. Una donna, non un mostro.

Ci si chiede, inoltre, come mai per rappresentare un movimento fondato da una donna nera (Tarana Burke, nda), si sia scelto non solo di raffigurare un mito europeo, ma di farlo fare a un uomo. Attenzione però: l’opera è stata realizzata da Garbati nel 2008, quasi un decennio prima che #MeToo attirasse l’attenzione del mondo intero. L’artista, come lui stesso ha dichiarato al New York Times, ha lavorato con un’idea di giustizia per le vittime di violenza, ispirandosi alla contrapposizione con la statua di Benvenuto Cellini (Firenze, Piazza della Signoria), “Perseo con la testa di Medusa”.

Nessun intento di rappresentare il #MeToo in particolare. Certo, è sempre preferibile dare spazio alle voci femminili e alle artiste donne, perché questo spazio ci è stato costantemente negato; ad esempio alla Biennale di Venezia solo il 25% circa delle opere è firmato da donne, o negli Usa solo il 12% delle mostre ospita lavori di artiste. In questo caso, però, la statua esisteva da anni e la sua potenza aveva già raccolto tanti pareri positivi.

Opporsi per principio alla sua esposizione pubblica sarebbe come dire che non possono esserci personaggi femministi in libri scritti da uomini, o che nessun regista può raccontare la storia di Marielle Franco, di Simone de Beauvoir, o delle suffragette. Se artisti e artiste di ogni categoria vogliono rimettere le donne al centro e affiancarle nella battaglia per i diritti, ben vengano. A patto che raccontino il nostro punto di vista, quello di Medusa.

L’unica critica che condivido è quella relativa all’estetica del corpo: di certo l’opera sarebbe stata ancora più d’impatto e catalizzatrice se la figura di Medusa non fosse stata l’immagine perfetta della donna che la società ci propina ogni giorno. Quell’idea di liberazione sarebbe stata slegata da ogni regola, non asservita. Garbati ha dichiarato di essersi più volte soffermato a pensare durante il lavoro a quanto fosse lui stesso intrappolato, spesso inconsciamente, nelle logiche del patriarcato. Chissà che non sia stato proprio il suo inconscio a modellare la sexy Medusa di bronzo.

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