A due anni di distanza dalle prime accuse di molestie sessuali – testimonianze che avevano dato vita al movimento #MeToo – per Harvey Weinstein è arrivata la condanna definita: 23 anni in carcere. L’ex produttore cinematografico è stato dichiarato colpevole di due reati: lo stupro di una donna a New York nel 2013 e un “first-degree criminal sex act”, cioé per aver costretto a sesso orale un’altra donna nel 2006. Le due pene quindi saranno scontate una dopo l’altra: la condanna era ormai pressoché certa, restava da capire il tempo che avrebbe effettivamente passato in carcere. Weinstein rischiava dai 5 ai 29 anni; il giudice James Burke ha deciso per quasi il massimo della pena.

Weinstein si è presentato in aula, a New York, seduto su una sedia a rotelle, come nelle altre tappe del processo. “Provo un profondo rimorso per questa situazione – ha detto rivolgendosi alla corte, prima della sentenza, durante un intervento del tutto inatteso – Mi dispiace davvero, userò il mio tempo provando a diventare una persona migliore”. Il suo team di avvocati, guidati da Donna Rotunno, aveva chiesto 5 anni, il minimo della pena, in virtù dell’età avanzata, delle precarie condizioni di salute e della mancanza di procedenti. La difesa lo ha descritto come un uomo che “ha perso tutto” e la cui vita “è stata distrutta” dopo la pubblicazione del famoso articolo del The New Yorker nel 2017.

Il processo si basava sulle accuse di due donne, l’ex assistente Miriam Haley e l’attrice Jessica Mann, presenti in aula. Hanno raccontato – in lacrime – come la loro vita sia cambiata dopo gli abusi. Weinstein ha ripetuto anche oggi che le relazioni avute con loro sono sempre state consensuali. “Non dirò che non sono brave persone – ha aggiunto Weinstein riguardo le due donne – Ho passato bellissimi momenti con loro”.

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