E se i grandi distributori hollywoodiani optassero per lo streaming escludendo definitivamente le sale cinematografiche? È l’interrogativo, con relativa riflessione ed esposizione di alcune ipotesi, che si pone il Financial Times. Testata più attenta a far quadrare conti e far fruttare dividendi invece di rincorrere la nostalgia estetica e culturale dell’abitudine di vedere i film al cinema. Intanto il problema, come oramai siamo abituati a spiegare da mesi, si chiama coronavirus o se volete Covid (ricordiamo che i due termini non sono sinonimi ndr). Sappiamo che le sale di tutto il mondo hanno chiuso i battenti durante il tremendo lockdown primaverile che ha sferrato un durissimo colpo a produttori, distributori e soprattutto esercenti del mondo cinematografico. In Italia la riapertura delle sale è avvenuta lentamente a metà giugno 2020 e nonostante paure e angosce prosegue con una percentuale di schermi attivi oggi attorno al 75%. Numero al ribasso, proprio in queste ore, vista la chiusura improvvisa di circa 200 sale, dopo la protesta di UECI – CNA che ha voluto mostrare il proprio dissenso verso la Festa di Roma e la Disney che hanno mantenuto Soul come film d’apertura del festival, nonostante Disney avesse definitivamente optato per una distribuzione del titolo di punta solo in streaming.

Dicevamo delle sale italiane che ogni giorno mostrano la corda, con il segno meno in presenze e incassi, rispetto alla stessa giornata di un anno fa, ma spesso anche da una settimana all’altra. Se poi andiamo a vedere la situazione sale negli Stati Uniti per via dell’assenza di titoli importanti in sala, o addirittura della chiusura di molte di esse, il risultato è ancor più drammatico. Come segnala FT: “AMC, Cineworld e Cinemark, le tre maggiori società proprietarie di sale statunitensi, si sono rivolte a istituti di credito per vendere obbligazioni o contrarre prestiti costosi per resistere alla crisi”. Le cifre dell’indebitamento nell’ultimo trimestre sono pesanti: “AMC aveva un debito di $ 5,5 miliardi – circa otto volte il suo valore azionario – mentre Cineworld ha rivelato il mese scorso che il suo debito netto era di $ 8,2 miliardi. e che probabilmente avrebbe violato i suoi impegni. Cinemark, il terzo più grande proprietario di teatri negli Stati Uniti, ha visto il suo debito netto scendere a 5,8 volte nella prima metà dell’anno, mentre le sue entrate sono diminuite di oltre la metà”.

Oltretutto Cineworld, che ha deciso recentemente di chiudere le sue sale negli Usa e in Gran Bretagna in attesa di tempi migliori, secondo il Financial Times “avrà bisogno di circa 300 milioni di dollari di finanziamenti aggiuntivi per rimanere a galla fino a quando non inizieranno ad essere distribuiti i blockbuster come 007 nella primavera 2021”. Facciamo allora un passo indietro. Abbiamo più volte raccontato come i grandi titoli commerciali siano stati ulteriormente posticipati dalle grandi major. Ad oggi il primo blockbuster ad osare le sale in tempi di presumibile coronavirus sarà Wonder Woman 1984, previsto per il 26 dicembre 2020. Ma è stata proprio l’ultima ondata di titoli posticipati al 2021 se non addirittura al 2022 ad aver fatto tremare le fondamenta del classico schema di produzione-distribuzione hollywoodiana di film.

Per questo gli analisti finanziari cominciano ad annusare l’odore di stantio delle amate poltroncine e del buio della sala. “Gli studios farebbero meglio a lasciare che le sale falliscano per farle diventare attività più sane senza alcun debito in seguito”, ha spiegato un insider della Universal, modello Wall Street di Oliver Stone, a FT. “La pandemia ha ribaltato la situazione” ha poi aggiunto una persona vicina alla Disney. “Ora sono gli studios ad aver il coltello dalla parte del manico, ovvero il potere di creare le condizioni di compravendita”, quindi il canale su cui vendere i propri gioielli. Il Financial Times ci tiene comunque a ricordare che a livello di business il sistema sale cinematografiche è oramai un barcone vetusto che fa acqua da tutte le parti. “Banchieri e avvocati che lavorano nel settore dei media e dell’intrattenimento hanno affermato che gli acquirenti più probabili delle società cinematografiche sono gruppi di private equity, coloro che hanno la capacità di gestire quello che dovrebbe essere un difficile processo di ristrutturazione”.

Insomma le campane a morto per la fruizione classica dei film sembrano suonare, almeno nel mondo finanziario statunitense. A ciò va aggiunto l’ultimo capitolo della tragedia: i canali in streaming. Sembra ieri quando le major litigavano con Netflix per l’intrusione a gamba tesa nel processo secolare di produzione/distribuzione theatrical. Oggi invece, i rumors vogliono che Universal, Warner, ma soprattutto Disney si stiano rivolgendo verso la distribuzione direttamente in streaming. Se Disney ha fatto capire con Soul che l’importante è generare profitto a prescindere da popcorn e bibite sbrodolate sulle moquette dei cinema. Ecco che i player tradizionali starebbero cercando la strada di un accesso streaming anche con una certa urgenza. “Warner ha aumentato da 30 a 70 milioni il budget per la #SnyderCut di #JusticeLeague, che verrà distribuita sulla piattaforma #HBOmax”, spiegano dalla pagina web Protocollo Bond (una community social fan di 007 chiaramente in pena per il possibile slittamento online di No time to die ndr). Sempre secondo Protocollo Bond sia Warner che Universal stanno valutando diversi scenari di trasmissione in streaming di blockbuster mentre l’amata MGM coinvolta in prima persona proprio sul prossimo James Bondsembra possibile che venga venduta a compagnie dedite principalmente allo streaming (#Apple, #Amazon)”. Insomma, se fino a pochi mesi fa l’uscita di 007 in sala era il segnale generale del rilancio della distribuzione dei blockbuster ora tocca a Wonder Woman 84 e Assassino sul Nilo, previsto per il 18 dicembre 2020, però targato 20th Century quindi Disney. Se questi titoli verranno confermati, sembrano vaticinare un po’ tutti gli addetti ai lavori, le sale si salvano, altrimenti sarà tempo di streaming per tutti.

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