Un ragazzo massacrato di botte, fino alla morte, durante un rito di iniziazione. Fiumi di droga da smerciare, donne da sfruttare per strada, migranti impauriti a cui chiedere denaro per attraversare, di notte e al gelo, le Alpi, verso la Francia. Ragazzi col cappello da baseball in mano piazzati a chiedere l’elemosina.

Centoquaranta anni di carcere. Ecco quanto pesa la mafia nigeriana a Torino, ufficialmente riconosciuta il 25 settembre 2020 dalla gup Giorgia De Palma, che ha inflitto venti condanne, con pene fino a dieci anni e dieci mesi di carcere. Le pene sono già ridotte di un terzo, trattandosi di un rito abbreviato. La giudice di Torino ha accolto la tesi del pm Enrico Arnaldi Di Balme, che ha coordinato la squadra Antitratta della polizia municipale e la squadra mobile. L’inchiesta, ribattezzata Atheneaum II, durata anni, è il seguito del procedimento Atheneaum, che nel 2017 ha portato il tribunale piemontese a scrivere la prima sentenza in Italia che riconosce la “mafia” nel cult nigeriano dei Maphite. Il tribunale di Torino aveva già fatto scuola dieci anni prima, quando venne pronunciata la prima sentenza italiana che riconosce in generale la mafia nigeriana nel nostro Paese.

Da Torino si erano spartiti l’Italia, i “Maphite“, che facevano affari in tutta Europa, collegati alla casa madre nigeriana, con la tratta degli esseri umani, la prostituzione, la droga e il riciclaggio del denaro. Il Nord era dominato dalle famiglie “Vaticana” e “Latina“, il centro dai capi di “Rome empire”, la Sicilia dai “Light Sicily”. Come nella ‘ndrangheta e nelle altre mafie nostrane, per entrare nella setta occorreva affiliarsi. Durante il rito d’iniziazione, dentro ad appartamenti o capannoni abbandonati in zone periferiche, c’erano spargimenti di sangue e pestaggi. Gli inquirenti inquadrano in questo contesto la misteriosa morte di un giovane abbandonato per strada, a Roma, nel 2018: sarebbe deceduto per le botte prese durante il rito, a cui avrebbe dovuto resistere, secondo i capi, per dimostrare la propria forza. La morte era la punizione ordinaria anche per chi voleva uscire dal clan. Regole, punizioni e riti erano custoditi nella “Bibbia verde“, documento segreto sequestrato tre anni fa nella Capitale dalla squadra mobile di Torino. Lo “Statuto dei boss” è una prova importante per dimostrare il 416 bis, reato negato dalla difesa.

Impugneremo la sentenza, i Maphite sono una confraternita che non può e non deve essere equiparata a un’associazione di stampo mafioso”, afferma l’avvocato Manuel Perga, legale di sette imputati. Gli inquirenti non la pensano così. E nemmeno il gip che il 18 luglio del 2019 fece scattare le manette per 30 persone. All’epoca, alcuni indagati erano latitanti. Come Osaze Osemwegie, detto Cesar, arrestato a luglio in Germania, nel 2016 eletto ministro della Cultura dello Stato dell’Edo, nel Suddella Nigeria. Per lui il processo, ordinario, inizierà tra poche settimane. Intercettato il 21 settembre 2013 al Boscolo tower hotel di Bologna mentre parlava a una riunione segreta con trenta affiliati, diceva: “Avete oggi la possibilità di eleggere il vostro nuovo Don. La famiglia è registrata in tutto mondo. Sono un politico in Nigeria e vi posso dire che siamo crescendo. Con la grazia di Dio avremo il potere tra tre anni”.

Cos’è il potere per i cult? Il denaro. Che, per gli inquirenti torinesi, è raccolto in primis col traffico di droghe. A Torino lo spaccio dei Maphite si concentrava nella cosiddetta Area 10: via Cecchi, piazza Baldissera, corso Principe Oddone. Molti scontri tra clan hanno insanguinato la notte, a colpi di bottiglie e lame, spesso generati da sforamenti di piazza. Basta spostarsi di pochi metri, in via Stradella, per essere nella zona del clan avversario, gli Eye. Poi c’era chi sfruttava le donne: uno dei condannati è accusato di avere segregato una ragazza per venderla. Alcuni imputati facevano i “passeur” con base a Ulzio, in val di Susa. Da qui africani disperati che volevano oltrepassare illegalmente il confine con la Francia erano costretti a consegnare 400 euro a testa. Molti sono rimasero congelati ad alta quota, di notte, e vennero salvati dai vigili del fuoco.

Anche la questua era una fonte di reddito. “Se vuoi metterti lì a chiedere l’elemosina mi devi dare il 50 percento dei tuoi ricavi”, la richiesta dei clan ai ragazzi col cappello da baseball che si vedono agli angoli delle strade o davanti agli ipermercati. Oltre al pizzo, le casse venivano arricchite col provento di truffe e clonazioni di carte di credito. Per qualche arrestato la galera serviva a crescere di grado. John Ewan Anslem, spacciatore di medio livello e presunto mandante di spedizioni punitive, viene fermato nel 2016. Dopo qualche mese di galera viene scarcerato per problemi di salute. Torna in strada con la carica di coordinatore a livello europeo. Due giorni fa la gup di Torino lo ha condannato a nove anni e sei mesi di reclusione.

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