Alla lista Zaia Presidente vanno 24 seggi, agli altri alleati di governo del Veneto ne vanno 17 (9 a Salvini-Lega, uno a Lista Veneto Autonomo, 5 a Fratelli d’Italia e due a Forza Italia). Alla coalizione di Arturo Lorenzoni restano soltanto 8 seggi: 6 al Pd, uno ciascuno a Il Veneto che vogliamo ed Europa Verde. I numeri sono impietosi, non solo verso gli avversari, ma anche nello sbilanciamento con il proprio partito. Il governatore riconfermato del Veneto da solo ha praticamente la maggioranza del consiglio regionale. Il che significa che potrà fare quello che vuole. Inoltre, l’opposizione è rimasta orfana del Movimento 5 stelle che contava su 5 consiglieri, comunque una spina nel fianco. Adesso è fuori dal palazzo.

Con questi risultati consolidati nella notte, Luca Zaia, giunto alla terza legislatura da presidente (nella quarta era il vice di Giancarlo Galan), ha lanciato il suo manifesto autonomista per un’Italia federalista. Lo ha fatto nella sede della Lega di Treviso, parlando soprattutto di autonomia e dei suoi rapporti con Matteo Salvini. Ha spento ogni sospetto di rivalità, ma rilanciando una riforma federalista dello Stato ha indicato una via molto diversa rispetto a quella sovranista del suo segretario, cui sembra interessare più la conquista dell’Italia, che non una nuova geografia amministrativo-istituzionale.

“Nella Lega non ci sono anime diverse, casomai sensibilità diverse”, dice Zaia. Che ribadisce: “La rivalità con Salvini? Ormai è un tormentone… No, non ho alcuna velleità nazionale, il mio compito è amministrare il Veneto, Non penso nemmeno alla presidenza della Conferenza Stato-Regioni. Perchè devo dedicare il mio tempo al Veneto, sono più utile qui. La votazione riguarda la mia amministrazione, il tema politico si affronta con le elezioni politiche”. Come dire che ognuno fa la sua parte, dentro la Lega. Eppure Salvini non si è entusiasmato per un successo che gli sta facendo ombra, anche perchè ha perso in Toscana, in Puglia e in Campania. “Non è vero, Matteo si è complimentato… Ma non dimentichiamo che la Lega è stata portata dal 3 per cento al 30 per cento da Salvini. E non dimentichiamo neanche Umberto Bossi che ha fatto grande la Lega non per le sue visioni padane, ma perchè ha fatto nascere grandi amministratori, penso alla prima stagione dei nostri sindaci”.

Insomma, Zaia si aggrappa ai vecchi padri, per respingere le insinuazioni. E spiega che la vera ragione del suo successo in Veneto “è il voto del popolo per il popolo, dei veneti per il Veneto. Ci hanno votato anche cittadini di altri partiti, perché sono andati a votare per l’autonomia. Non stiamo commettendo un’illegaltà, la Costituzione ci dà pieno titolo a chiedere 23 materie da amministrare”. Questo diventa il suo punto fermo, anche se l’autonomia, tre anni dopo il referendum dell’ottobre 2017, rischia di diventare la grande incompiuta, anziché la “madre di tutte le battaglie” come lui la definisce. “Roma l’ha vissuta come una sottrazione di potere, sbagliando. Adesso non possono più non tenere in conto questo grande voto dei veneti. Mi ha chiamato il ministro Francesco Boccia e gli ho chiesto: ‘Mi hai chiamato per firmare?’. In realtà voleva complimentarsi”.

Ed ecco il progetto zaiano, che è espressione del moderatismo di un leghista nato in una terra democristiana, che ha appreso la lezione di quel partito interclassista. “Dobbiamo costruire un Paese federalista, perchè da Roma non si può governare tutto il territorio. Per questo noi non molliamo, abbiamo in serbo progetti istituzionali che metteranno in difficoltà Roma. Ma adesso, dopo questo voto, non si può più tornare indietro. E’ la Costituzione che prevede l’autonomia dal Nord al Sud. La partita dell’autonomia riguarda trasversalmente tutto il parlamento. Dire di no al Veneto, dopo questo voto, significa che non vogliono ascoltarci”. Di fronte alle critiche di Lorenzoni, che ha detto di aver perso a causa del Covid e della sovraesposizione televisiva di Zaia, l’interessato replica: “Innanzitutto non ho voluto rubare un solo istante al mio ruolo amministrativo, durante l’emergenza Covid. Mi sono dedicato ad esso anima e corpo. Dire che abbiamo vinto a causa del Coronavirus è riduttivo e offensivo nei confronti dei veneti”. E fa appello all’identità regionale: “Ho ereditato una regione bistrattata considerata come la periferia dell’impero, senza visibilità, che non era rispettata dagli altri. Ricordo ancora nel 2010, dopo la prima elezione: quando andavo ai tavoli nazionali, non si preoccupavano nemmeno se il Veneto fosse presente. Adesso siamo un punto di riferimento, abbiamo recuperato l’autorevolezza che avevamo perso”.

Come gestirà il superpotere nei confronti degli alleati? Il suo vice sarà di Fratelli d’Italia? “Dipendesse da me, non ci sarebbe bisogno del vicepresidente della giunta regionale, perchè il nostro è un gioco di squadra, non una casella della politica da riempire o una casacca da indossare. Dobbiamo vedere quanti assessori faremo e a chi li diamo. Faremo le valutazioni, di certo non da arroganti nei confronti degli alleati. Per me il presidente della Regione è come un grande sindaco, non si dedica alla politica”.

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