“No, i Comuni non “spieranno nei conti correnti“. Non sapranno che cifra abbiamo in banca né quali acquisti abbiamo fatto. Potranno solo vedere il saldo iniziale e finale e la giacenza media, per rendersi conto se ha senso avviare un’azione di riscossione nei confronti di chi per esempio non ha pagato una multa o se, al contrario, non c’è speranza di riscuotere e provarci sarebbe uno spreco di soldi pubblici“. Per Alessandro Santoro, docente di Scienza delle Finanze a Milano Bicocca e membro del comitato di gestione dell’Agenzia delle Entrate, non ha senso gridare al rischio “Grande fratello” per la novità introdotta nel decreto Semplificazioni. Anche perché “funziona così in tutti i Paesi del mondo“.

A far scattare polemiche preventive, nei giorni scorsi, è stata la notizia che il decreto diventato legge il 10 settembre consente agli enti locali, “al fine di semplificare il processo di riscossione”, di accedere direttamente all’Archivio dei rapporti finanziari. Si tratta della sezione dell’Anagrafe tributaria nella quale, come previsto dal decreto Salvaitalia del governo Monti, vengono raccolte le informazioni sui saldi di inizio e fine anno (o alla chiusura del conto, se avviene nel corso dell’anno), gli importi annui totali delle movimentazioni e la giacenza media. Gli intermediari finanziari sono tenuti a comunicare questi dati ogni anno.

Si tratta di un ulteriore piccolo passo avanti dopo che l’ultima manovra ha avviato la riforma della riscossione degli enti locali, fino ad allora basata – per quelli che hanno scelto di occuparsene direttamente invece di affidarla all’Agenzia delle Entrate Riscossione – su strumenti vecchi e poco efficaci come l’ingiunzione fiscale regolata da un Regio decreto del 1910. “Ma con la nuova previsione del decreto Semplificazioni il quadro normativo non cambia”, chiarisce Santoro. “Si tratta solo di rendere un po’ più efficiente la riscossione, considerato che le azioni fatte per cercare di recuperare il dovuto sono pagate con soldi dei cittadini. Come succede in tutti i Paesi, gli enti locali potranno accedere ai dati necessari per capire se vale la pena avviare le azioni di recupero. Evitando di farlo se la probabilità di riscuotere è molto bassa, cioè nei confronti di soggetti nullatenenti o quasi”.

Un cambiamento “che non credo avrà un grandissimo effetto”, anticipa Santoro, “nel senso che il nostro sistema di riscossione in generale non è il massimo dell’efficienza e non bastano i Comuni per cambiare le cose”. A fronte di circa 110 miliardi annui di evasione fiscale, infatti, negli ultimi vent’anni il tasso di recupero delle imposte accertate e non versate si è fermato al 13,3%.

L’Anagrafe dei rapporti finanziari, da sempre sottoutilizzata, era finita lo scorso anno al centro di un braccio di ferro tra Entrate e Garante della privacy, che “ha bocciato la prima ipotesi di confronto proposta dall’Agenzia dopo la legge di Bilancio, ricorda Santoro. Resta quindi lettera morta, allo stato attuale, l’articolo della manovra che ha esplicitamente consentito all’ente fiscale di incrociare i contenuti delle banche dati per individuare i contribuenti “a rischio evasione” da sottoporre a controlli, anche per incentivare l’adempimento spontaneo. Nel frattempo si è insediato il nuovo Garante e ora l’interlocuzione ripartirà.

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