Dopo Equitalia c’è un sistema ancora da costruire. E non c’è una visione nitida di quale sia l’alternativa migliore per la riscossione dei tributi, tra gestione affidata a soggetti privati, società in house o, comunque, partecipate. Nonostante risalga al 2011 la legge 166, che permetteva alle amministrazioni di non servirsi più di Equitalia, a causa delle continue proroghe (la prima risale al 2012, l’ultima allo scorso giugno) e della mancanza a oggi di un obbligo a fare da sé, non tutti gli enti si sono preparati al divorzio dalla società per azioni a capitale totalmente pubblico che, secondo i piani governativi, dovrebbe essere assorbita dall’Agenzia delle Entrate. Ad alimentare la confusione ci sono le inchieste aperte dalle procure di mezza Italia sulle attività di alcune società private di riscossione. Tributi Italia è il caso più noto, ma non è certo l’unico.

Se è da tempo che i Comuni gestiscono la riscossione spontanea (la cosiddetta autoliquidazione) e sollecitata (dalla fase accertativa alla messa in mora), anche se con risultati a macchia di leopardo, non è così per quanto riguarda quella coattiva. Ed è stato ancora prorogato, al 31 dicembre 2016, il termine a decorrere dal quale Equitalia dovrebbe cessare le attività di accertamento, liquidazione e riscossione delle entrate dei Comuni. Prima o poi, però, il passaggio ci sarà. E negli ultimi anni molte amministrazioni si sono attrezzate per riscuotere i tributi direttamente, attraverso società in house o partecipate oppure attraverso soggetti privati selezionati con gara pubblica. Prima della riscossione coattiva, per i tributi locali di modesta entità ci sarà una fase stragiudiziale. I risultati sono molto diversi e le esperienze positive non cancellano i dubbi sul futuro di queste realtà, che in alcuni casi rischiano anche di cadere nelle maglie del decreto taglia-partecipate, attuativo della riforma della Pubblica amministrazione.

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