Gli arresti domiciliari a Maria Carmela Longo, ex direttrice del carcere di Reggio Calabria e poi direttrice di Rebibbia femminile, hanno colpito come un macigno chiunque la conoscesse e l’avesse vista lavorare. Chi frequenta il carcere femminile di Rebibbia a Roma – come noi facciamo da anni con una certa continuità, fosse solo perché a Rebibbia gioca la squadra femminile di calcio a 5 di Atletico Diritti, polisportiva creata anche da Antigone – sa che è un istituto ben gestito e ricco di opportunità per le donne detenute.

Sono le opportunità offerte durante il percorso detentivo l’arma con la quale, al momento del rilascio, la persona potrà combattere la recidiva e la ricaduta in una vita criminale. Se si saprà affrancare dal reato, sarà anche grazie a quanto il carcere è stato capace di offrire in termini di formazione, prospettiva culturale, responsabilizzazione e capacità di gestirsi la propria libertà. La sicurezza nella società esterna dipende dunque da tutto ciò.

Un carcere che offre prospettive e opportunità è inevitabilmente un carcere più aperto. La formazione, il lavoro, le altre attività non si svolgono nei pochi metri quadri di una cella quasi sempre sovraffollata. Bisogna aprire il blindo, le sbarre, uscire di sezione, andare negli spazi comuni, incontrare altri detenuti, incontrare persone esterne (insegnanti, operatori, volontari), uscire dall’immobilismo.

Maria Carmela Longo, in continuità ideale con l’ottima gestione della direzione precedente, ha in questi anni mandato avanti il carcere femminile di Rebibbia con intelligenza, efficienza, apertura, rispetto che chi in carcere lavora e per chi vi è detenuta. L’apertura era un elemento essenziale di tutto ciò. Ben più facile, ma assai meno utile anche in termini di sicurezza collettiva, è mandare avanti un carcere con efficienza ma chiusura.

Le accuse che le vengono mosse sono gravissime. Si parla di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, avrebbe fatto favori ai boss reclusi nel carcere di Reggio Calabria ai fini di favorire la ‘ndrangheta. Sono accuse che – a prescindere dalla volontà della magistratura, per colpa di quei meccanismi di comunicazione che altre volte in passato abbiamo visto – rischiano di pesare su una persona anche se in futuro dovesse dimostrarsi innocente. Nei tanti che hanno letto i titoli dei giornali senza seguire i fatti nei dettagli rimangono i dubbi, gli aloni, i pregiudizi.

I magistrati faranno il proprio corso e accerteranno la verità. Oggi non abbiamo alcun modo di sapere come stanno le cose. Se Maria Carmela Longo sarà provata colpevole, si dovrà dimostrare che ben sapeva che i suoi comportamenti avrebbero favorito la ‘ndrangheta e che li ha messi in atto proprio a quel fine. E magari anche che ha avuto qualcosa in cambio.

Se invece avesse agito come agisce con qualsiasi persona detenuta con la quale negli anni l’abbiamo vista interagire – con rispetto, valutando la situazione caso per caso e prendendo decisioni sempre corrette in termini regolamentari ma coraggiose in termini di risocializzazione – e non avesse mai avuto alcun tornaconto né alcun segreto nel prendere i provvedimenti che ha preso, bisognerebbe comunicare in maniera molto chiara la sua innocenza affinché non rimangano ombre.

Ci auguriamo che un’inchiesta come questa non costituisca un freno per tutti quei direttori, poliziotti penitenziari, educatori e magistrati di sorveglianza che credono in un carcere dove si assicurino prospettive di reinserimento sociale in accordo con i principi costituzionali.

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