C’era una volta il Pd. C’era una volta un partito plurale in cui il Segretario veniva eletto dalle primarie. C’era una volta un Partito che era strutturato con assemblee e circoli nel territorio. C’era una volta il rispetto verso il Segretario che vinceva legittimamente le primarie. C’era un Partito che prendeva le decisioni politiche nelle assemblee e direzioni nazionali.

Poi un giorno vinse le Primarie un ragazzo di 38 anni, dopo averle perse lealmente quattro anni prima. Fino ad allora massimo rispetto dei ruoli e delle responsabilità nel giusto confronto anche fra opinioni diverse.

Matteo Renzi nel dicembre 2013 vinse le primarie con oltre il 67% dei voti. Tutti a salire sul carro del vincitore e a pressare affinché Renzi accettasse l’incarico di premier. Erano gli anni più difficili e peggiori per il Pd. Senza un vero leader e senza uno svecchiamento della solita classe dirigente. Segretario uscente era Epifani a seguito delle dimissioni di Bersani. Grandi simpatie.
Dal 2014 ci fu il governo Renzi e la storia dovremmo ricordarcela. Ma è sempre meglio rileggerla e rinfrescarla. Da quel momento la vecchia ditta, incominciando dai soliti baffetti noti, inizio un lento ed inesorabile attacco interno contro il Segretario del partito.

In quegli anni sempre più forti e violente le accuse e le denigrazioni da parte dei grillini contro il Pd. Alcuni giornali hanno usato toni e modi assurdi. Dopo anni di fango alcune testate per detti motivi hanno subito condanne per diffamazione. Poi il referendum costituzionale proposto dall’intero governo Renzi, dopo la vittoria alle elezioni Europee con oltre il 40% dei voti. Un record assoluto. Un leader riconosciuto da tutti ma purtroppo odiato dalla vecchia ditta che aveva perso la propria ragione di vita, ossia non governare ma usare il potere.

Il referendum, purtroppo personalizzato in buona fede da Matteo, fu l’occasione per D’Alema e compagnia per sparare dall’interno. Memorabili i loro brindisi alla vittoria del No. Seguirono le dimissioni di Renzi dal governo e da segretario del Pd. Nonostante ciò e i continui attacchi da parte della ditta, dei soliti giornali e delle opposizioni, il governo continuò con Paolo Gentiloni. Scelto da Matteo.

Ci furono nuovamente le primarie ad aprile 2017. Rivinse Renzi con oltre il 69% dei voti. Un plebiscito. Ma niente da fare: attacchi quotidiani da parte della minoranza Pd. Attacchi più feroci di un esponente qualsiasi delle opposizioni. Attacchi mirati e concordati con alcune testate giornalistiche solo per avere visibilità e sempre per demolire Renzi.

Non parliamo delle offese grilline. I militanti del Pd erano costretti a subire insulti per il solo fatto di votare Partito Democratico. Offese e fake news continue. Indagini farsa contro la famiglia Renzi e contro esponenti del governo vicino a Renzi. Insomma un clima assurdo. Umanamente non si poteva continuare così. Gli ultimi avvenimenti li conosciamo.

Ora un nuovo referendum. Un referendum voluto dal Movimento 5 Stelle. Un referendum Costituzionale farsa, per il quale il Pd ha votato tre volte No in aula. Un taglio ai parlamentari senza un minimo criterio di rappresentanza e organicità. Una modifica della Costituzione completamente sballata e antidemocratica. Ma soprattutto non funzionale e moderna.

Insomma, la classica bandierina populista voluta dai 5Stelle. Quelli che al referendum del 2016 gridavano allo scandalo e al totalitarismo. Ma a preoccupare è il vecchio Pd, o meglio il suo Segretario. Nicola Zingaretti, in completa autonomia, ha affermato che il Pd si dovrà esprimere per il Si al taglio dei parlamentari e che chi voterà No sarà contro il governo. In una frase una marea di contraddizioni e assurdità.

Per prima cosa bisognerebbe evidenziare che la Lega di Matteo Salvini voterà Sì alla Riforma. Quindi per la logica zingarettiana la Lega sarebbe a favore del governo. Ma soprattutto Zingaretti si esprime prima della Direzione del Partito fissata a metà settembre. Una Direzione ormai svuotata di valore e senso dopo le dichiarazioni del suo Segretario. Non oso immaginare se a fare ciò fosse stato Renzi.

Un Pd ormai talmente unito alla voglia di governo dei 5Stelle da ritirare le giuste cause promosse dal Partito Democratico contro Grillo per tutte le offese e calunnie. Un Movimento 5Stelle sgretolato dai propri mille volti e contraddizioni. Zingaretti e Luigi Di Maio uniti da un amore irrefrenabile per gli stessi gusti politici. Un abbraccio mortale che va contro natura. E per suggellare ciò la nascita per le suppletive del Senato per il Collegio del Nord Sardegna di un nuovo simbolo giallo-rosso. Solo un anno fa un ossimoro.

Finalmente è tutto chiaro. Renzi era solo il capro espiatorio di tutti i mali interni della vera natura della vecchia ditta. Il Pd e il Movimento 5Stelle non esistono più. Il nuovo-vecchio soggetto politico sarà formato da Zingaretti-Di Maio e i suoi simili.

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