A quasi due settimane dall’esplosione che ha devastato una parte della capitale, il Libano torna in lockdown da venerdì. Non solo le quasi duecento vittime ancora fresche nella memoria e le quasi 300mila persone sfollate, espulse dalle loro case dalla furia distruttiva della detonazione che secondo il governatore Marwan Abboud ha provocato dei danni materiali per almeno 15 miliardi di dollari. A Beirut ora si torna ad aver paura della pandemia. Il nuovo record di contagi giornalieri – 439 nella sola giornata di domenica – ha spinto il governo a optare per una serrata totale di quattordici giorni, con coprifuoco dalle 18 alle 6, escludendo solo l’aeroporto e i quartieri più colpiti dalla deflagrazione. “Oggi dichiariamo lo stato di allerta generale e abbiamo bisogno di una decisione coraggiosa per chiudere il paese per due settimane”, aveva detto nelle scorse ore il ministro della Salute, Hamad Hasan, alla radio Voice of Lebanon.

L’ultimo incremento di casi da coronavirus nel Libano, che succede ad altri record nei giorni scorsi, porta il totale a quasi 9mila in un Paese esteso come l’Abruzzo, in cui però vivono circa 5 milioni di persone. Sono oltre 100 i decessi a causa del Covid-19, e l’unica notizia positiva è che ad oggi i pazienti occupano solo il 20% dei posti letto disponibili nel paese. La curva dei contagi si stava già innalzando, quando il 4 agosto al porto di Beirut sono esplose 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio, costringendo i suoi abitanti a violare il distanziamento sociale e le misure di prevenzione. È successo soprattutto nelle zone più colpite dalla detonazione, in cui diversi volontari e membri di organizzazioni non governative si sono attivati per la rimozione delle macerie dalla strada e per tamponare le ferite meno profonde sui palazzi danneggiati.

Il tutto sullo sfondo di una grave crisi economica che già stava colpendo anche il settore sanitario, ora in serissima difficoltà: almeno tre ospedali della capitale sono totalmente fuori uso dall’esplosione, tra i quali figura uno dei migliori, il Saint George del quartiere di Geitawi, dove le autorità per facilitare il lavoro dei medici avevano anche messo a disposizione tamponi da effettuare rimanendo all’interno della propria vettura. La pressione sulle rimanenti strutture ospedaliere – che in Libano sono soprattutto private, comprese quelle di proprietà dei partiti confessionali al centro della rinnovata protesta di piazza – si fa sempre più forte: il Rafiq Hariri Hospital, una delle poche strutture pubbliche di un certo rilievo, già da settimane è in seria difficoltà, con enormi assembramenti nei parcheggi di persone – perlopiù delle fasce più vulnerabili, tra cui tanti rifugiati – che chiedono il tampone. L’esplosione ha reso la situazione ancora più insostenibile.

Il direttore della struttura, Firass Abiad, su Twitter aveva lanciato l’allerta: “Senza un lockdown i numeri continueranno inevitabilmente a salire, saturando le nostre capacità. È successo ovunque nel mondo”, scrive. In un altro tweet, poi, fotografa la drammaticità della situazione complessiva, destinata ad aggravarsi per via della crisi: “Un lockdown per essere efficace deve essere mantenuto per almeno due settimane. In alcuni paesi, le autorità hanno aiutato i lavoratori con compensazioni e sicurezza sociale, fornendo i medicinali ai più vulnerabili. In questo momento, a noi manca il sostegno sociale e finanziario per mantenerlo. Dobbiamo scegliere tra perdere totalmente il controllo e chiudere tutto?”, conclude.

Solo pochi giorni fa l’Organizzazione mondiale della sanità ha diffuso un appello per raccogliere circa 15 milioni di dollari in donazioni per il settore ospedaliero libanese, che aveva già un problema di scarsità dei medicinali, dovuti alla crisi valutaria che ha colpito fortemente le importazioni (il Libano importa gran parte di quel che consuma, ndr). “L’emergenza di Beirut ha fatto sì che molte misure preventive rispetto alla pandemia di Covid 19 venissero allentate, prefigurando la possibilità di un innalzamento dei contagi e di un più alto tasso di trasmissione nelle prossime settimane”, aveva fatto sapere in un report dello scorso 10 agosto l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha). Già all’inizio del mese, quindi, la situazione descritta era preoccupante: almeno quindici ospedali della capitale hanno subìto danni gravi e meno gravi durante l’esplosione. Tre di questi – il Saint George, l’ospedale di Karantina e quello di Al Wardieh, a Gemmayze – sono stati costretti all’evacuazione. Secondo quanto riporta Al Jazeera, Ocha ha anche effettuato un monitoraggio di 55 strutture ospedaliere della capitale, concludendo che solo il 47% di esse è in grado di lavorare a pieno regime, garantendo la totalità dei servizi.

In un paese allo stremo da mesi, che lo scorso marzo ha dichiarato il default dopo il mancato pagamento di un eurobond da 1,2 miliardi di euro, e le cui trattative con il Fmi sono in stallo per via delle divisioni interne al governo che una settimana fa ha rassegnato le proprie dimissioni, non sorprende che siano riprese le proteste di piazza, ancor più rabbiose rispetto al giorno dopo l’esplosione. Il distanziamento sociale, poi in uno scenario di devastazione come questo, appare a molti come un fastidioso ostacolo, in una strada lastricata da pericoli e disagi. A partire dall’imminente inizio dell’anno scolastico.

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