Il disastro avvenuto martedì scorso a Beirut “è il risultato di una corruzione endemica” in Libano, che ha impedito una gestione efficace del Paese. Sono queste le parole con cui il primo ministro uscente del Libano, Hassan Diab, ha annunciato le dimissioni in blocco del governo, dopo l’esplosione che ha devastato la città e provocato, secondo gli ultimi aggiornamenti, 220 morti, oltre ad aver rinfocolato le proteste contro l’esecutivo e aggravato la già drammatica crisi economica che attanaglia il Paese.

“Viviamo ancora nell’orrore che ha colpito nel profondo il Libano e i libanesi, risultato di una grave corruzione nell’amministrazione“, ha continuato Diab sottolineando che il Paese sta affrontando una “grande tragedia”. Il primo ministro ha quindi accusato alcune forze politiche di avere come “unica preoccupazione il regolamento dei conti politici e la distruzione di ciò che resta dello Stato”.

Prima di recarsi al palazzo di Baadba per rassegnare le dimissioni del suo governo nelle mani del presidente Michel Aoun, Diab ha chiesto a nome del suo esecutivo “un’indagine rapida che accerti le responsabilità e vogliamo un piano di salvataggio nazionale che veda la partecipazione dei libanesi. Ecco perché annuncio le dimissioni di questo governo. Possa Dio proteggere il Libano”.

All’annuncio del premier sono seguiti i festeggiamenti di una parte della popolazione di Beirut. Fuochi d’artificio e spari sono stati uditi nella capitale, con i festeggiamenti che si sono concentrati nel quartiere a maggioranza sunnita di Tariq al-Jadideh, dove dominano i sostenitori dell’ex premier Saad Hariri.

Dopo l’addio di quattro ministri, al termine della riunione tra tutti i componenti dell’esecutivo a guida Hezbollah quest’ultimo ha deciso per le dimissioni in blocco, dando il via a una crisi di governo nel bel mezzo di un’emergenza umanitaria, sanitaria ed economica. L’annuncio era arrivato per bocca del ministro della Salute, Hamad Hasan, al termine di un vertice: “Il governo libanese del premier Hassan Diab ha rassegnato le sue dimissioni”, ha detto ai giornalisti precisando che queste “non sono un modo per fuggire dalle sue responsabilità”.

Le dimissioni in massa erano partite già domenica. I primi a fare un passo indietro erano stati la ministra dell’Informazione, Manal Abdel-Samad, e quello dell’ambiente, Damianos Kattar. Oggi era toccato alla ministra della Giustizia, Marie-Claude Najm, rimettere il proprio mandato al premier Hassan Diab, così come al titolare delle Finanze, Ghazi Wazni. Ma tv e giornali libanesi da ore avevano preannunciato che nel pomeriggio si sarebbe dimesso l’intero governo, al termine della riunione convocata al palazzo presidenziale Baada al Gran Serraglio, anche se il ministro dell’Interno, Mohammad Fahmi, ha affermato che dimettersi oggi significava “sottrarsi alle proprie responsabilità”.

“Inizialmente, subito dopo l’esplosione, ero favorevole alle dimissioni del governo perché mi sembrava logico – aveva dichiarato Fahmi parlando a Lbci – Ma oggi che siamo sotto pressione dimettersi significherebbe sottrarsi alle proprie responsabilità. È vergognoso fuggire davanti alle proprie responsabilità”.

Il presidente del Parlamento, Nabih Berri, aveva chiesto al governo di rimanere in carica fino a giovedì, così da essere sfiduciato direttamente dall’Assemblea, riporta Mtv spiegando che sono in corso colloqui tra Berri e Hezbollah in merito. Un’ipotesi che avrebbe fatto ricadere formalmente su questo esecutivo la responsabilità del disastro nella capitale.

Intanto, la commissione d’inchiesta creata dopo il disastro nel porto di Beirut ha concluso il suo primo rapporto e lo ha consegnato al governo libanese, scrive al-Joumhouria. E vicino ai palazzi delle istituzioni sono scoppiati nuovi scontri tra manifestanti e forze di polizia: decine di giovani con il volto coperto hanno iniziato a scagliare sassi contro la polizia in tenuta antisommossa nella zona del Parlamento, con gli agenti che hanno risposto con il lancio di lacrimogeni.

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