Se il trauma pandemico ha spazzato via tutta una serie di pericolosi pregiudizi spacciati per buon senso, che ci avevano resi non solo particolarmente vulnerabili ai processi di impoverimento economico e disgregazioni sociali varie ma anche disarmati nella prevenzione di catastrofi naturali, è vero che ormai certe datate filastrocche propagandistiche risultano francamente insopportabili.

Narrazioni ingannevoli con relativi mostri minacciosi fatti aleggiare ad arte. Vedasi la presenza satanica, evocata come bieco ritorno alle nazionalizzazioni, nella vicenda (si spera giunta a compimento) dell’estromissione dei Benetton dal controllo inetto e malandrino di fondamentali infrastrutture strategiche della mobilità nazionale.

Difatti procurava un senso insopportabile di stantio ascoltare su Rai 2 Fabio Tamburini – il pensoso direttore del magazine di Confindustria (Il Sole24Ore) – recitare con toni accorati la litania liturgica sulla superiore efficienza del capitale privato. Superiore in che cosa? Certamente nella capacità di vendere la propria immagine, secondo i format marchettari in auge nel quarantennio in via di esaurimento dell’egemonia culturale (neo)liberista.

Il criterio argomentativo secondo cui ripetere allo sfinimento un’affermazione ne determina l’accreditamento a verità indiscutibile. A scapito di qualsivoglia smentita fattuale. Tipo il declino del sistema d’impresa nazionale o lo sfruttamento, oltre il limite della messa a repentaglio, della rete autostradale italiana privatizzata.

Eppure autorevoli voci fuori dal coro ci avevano messo sul chi vive: il capitale privato è per sua natura impaziente, per cui esige ritorni in termini di profitto sul breve/brevissimo, essendo più adatto a operazioni speculative. Al contrario, è la congenita “pazienza” del capitale pubblico a renderlo funzionale a progetti di largo e lungo respiro, a correre il rischio di finanziare operazioni innovative.

È quello che sembra aver capito il nostro premier, che si era destreggiato brillantemente nella prima fase della pandemia ma che poi aveva manifestato qualche incertezza nell’avvio di quella successiva: la chiamata all’appello delle forze vive del Paese per un progetto di rilancio nazionale (inopinatamente denominata Stati Generali) non si era rivelata capace di mobilitare energie generose e prospettare progetti di ricerca innovativi.

Questo anche per l’infelice mossa di affidare il ruolo di traino newdealistico alla gestione banalizzante di un manager da convegno bocconiano come Vittorio Colao. Ma ora il premier si è fatto affiancare da un consulente di ben altra levatura: la professoressa Mariana Mazzucato, autrice di preziose esplorazioni sulle sinergie pubblico/privato e sul ruolo dello Stato come regista e programmatore di politiche industriali orientate al futuro.

Difatti l’economista italo-americana, docente dell’Università del Sussex, potrà esporre ai team governativi le straordinarie fertilizzazioni imprenditoriali, grazie al ruolo svolto dalle politiche pubbliche, che caratterizzano i casi di successo dei più avanzati sistemi d’impresa occidentali. Lezione che non sarebbe stata necessaria se l’establishment italiano fosse esente da gravi fenomeni di perdita della memoria storica.

A partire dal ricordo rimosso che l’innesco di quell’epopea del secondo dopoguerra che chiamiamo “Miracolo Economico” va riconosciuto a una scelta nata dall’accordo di un grande manager pubblico e un politico di larghe vedute: l’incontro tra l’ingegner Oscar Sinigaglia e il primo ministro Alcide De Gasperi; che diede l’avvio alla grande siderurgia di Stato con lo stabilimento genovese di Cornigliano; che consentì di mettere a disposizione della metalmeccanica nazionale lamiere e coils di ottima qualità e prezzi competitivi. Condizione del successo della nostra industria automobilistica, ma anche di altri settori con formidabili capacità esportative come la “siderurgia bianca”, gli elettrodomestici.

Dovrebbe far riflettere che anche allora gli oppositori di questa coraggiosa scelta strategica furono la Confindustria e i padroncini guidati dalla famiglia Falk.

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