Il Covid-19 ha messo il dito nelle piaghe della nostra sanità. Su questo sono tutti d’accordo. Così come tutti convengono che – per rimarginare le piaghe di cui sopra – l’elemento decisivo sono le risorse finanziarie. Più denari per il Servizio Sanitario Nazionale: dopo di che, il dibattito è aperto su come e dove reperirli. Sia come sia, e a prescindere dalle preferenze di ciascuno, sembra che il problema si riduca “sempre” ai soldi. Ma se non fosse “solo” così? Se ci fosse dell’altro?

Il dubbio è più che legittimo se guardiamo a una buona parte delle difficoltà emerse nel corso della “interminabile” fase epidemiologica acuta. Se non tutte, almeno alcune delle “magagne” con cui abbiamo dovuto confrontarci non sono scaturite da penuria di denaro, ma di senno. Più precisamente:

1) non da una scarsità di fondi salvifici, ma da un deficit di intelligenza pratica;

2) non da strutture e personale insufficienti, ma da un micidiale eccesso di zelo burocratico.

Per quanto riguarda il primo aspetto, basti pensare al modo in cui è stato affrontato, all’inizio, il virus. Come se si trattasse non già di quella micidiale macchina di morte che si è poi rivelata (o ci è stata raccontata) strada facendo, ma di una patologia esotica quanto inoffensiva: una sorta di morbo stagionale rispetto al quale l’unica ricaduta concreta, e biasimevole, sembrava quella di un rigurgito di tendenze razziste.

Il che ha portato da un lato a una sottovalutazione pagata poi a caro prezzo e, dall’altro, a una serie di folcloristiche trovate – come gli “spot” filocinesi – perfette per amplificare il contagio del coronavirus senza minimamente scalfire le vere cause del razzismo.

Un altro errore, rispetto al quale nulla centrano le famose “risorse”, è quello delle autopsie. Non è vero che esse sono state vietate dall’alto, ma è purtroppo verissimo che, dall’alto, sono state “sconsigliate”. Il che ha portato a una riduzione al minimo di una “buona prassi” (quella autoptica) in grado di fornire decisive informazioni per una congrua risposta al virus.

E ovviamente in un caso di epidemia (o addirittura di pandemia) conclamato, non c’è giustificazione che tenga: per quanto rischioso fosse, le autopsie non solo potevano, ma dovevano essere eseguite, sia pure, ovviamente, con le dovute cautele. I “ritorni”, in termini di efficienza delle contromisure, sarebbero stati assai maggiori degli eventuali, e minimizzabili, rischi di contagio.

Vogliamo parlare del caso delle Rsa? Ammassare soggetti malati in strutture destinate a ospitare i bersagli ideali della malattia (e cioè persone in età avanzata afflitte da pluri-patologie) è stata forse una scelta dettata da carenze di spazi negli ospedali pubblici. Ma era una decisione così palesemente avventata da imporre soluzioni alternative.

Anche sul piano della comunicazione, sono irrilevanti i “soldi” e la loro endemica mancanza. Per esempio, l’utilizzo dell’equivalenza fallace tra “tamponati” e “contagiati”, ovvero sia lo “schema” di parlare dei primi come se coincidessero con i secondi. Mentre, fin dagli esordi del dramma, era evidente persino ai profani, oltre che spiegato dai tecnici e dagli scienziati, che il numero delle persone contagiate (spesso senza sintomi) era enormemente superiore a quello attestato dalle procedure di campionatura via tampone.

Ma tale scelta ha innescato quella sorta di suggestiva “deriva statistica” per cui la percentuale dei morti è sembrata sempre troppo alta rispetto a quella di altre malattie virali già note. Allo stesso modo, c’è probabilmente un paradigma discutibile (connesso alla labile distinzione tra morti “per” Covid e “con” Covid) alla base delle differenze, nei numeri del contagio, tra Italia e Germania (o altri Paesi).

Per finire, veniamo al secondo, e forse più importante, aspetto: quello della ottusità indotta dall’eccesso di zelo. L’ossessivo approccio burocratico e “protocollare” alla vicenda ha generato un perverso effetto di disinnesco del pensiero critico, creativo e “laterale”. Per non saper né leggere né scrivere, molti protagonisti della “filiera” politica, amministrativa e sanitaria “anti-covid” hanno rinunciato a riflettere in autonomia, affidandosi (troppo) supinamente alle cosiddette “linee guida”.

Adeguandosi, così, ai diktat provenienti dall’alto anche quando questi consistevano, molto semplicemente, in direttive sbagliate o sciocche. Con effetti a cascata, come l’aver trascurato, o addirittura bypassato, la cosiddetta medicina del territorio: i medici di base sono stati indirizzati a un approccio di conserva che “scaricava” i soggetti infettati alle strutture ospedaliere, magari dopo interminabili e fantozziane odissee tra un numero verde e l’altro.

Insomma, la vicenda del Coronavirus, tra le tante altre cose, ci insegna che non tutti i nostri problemi sono riconducibili ai soldi. Spesso quello di cui abbiamo bisogno non si trova nelle banche, ma nelle nostre teste.

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