“Ha una caratura criminale e scaltrezza davvero eccezionale”. Così il giudice per le indagini preliminari di Roma descrive l’ex senatore Sergio De Gregorio, arrestato insieme ad altre otto persone con le accuse di estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio in un’indagine della Direzione distrettuale antimafia coordinata dal procuratore aggiunto Ilaria Calò e dal sostituto Francesco Minisci e condotta dalla Squadra mobile di Roma. Eletto nel 2006 con l’Italia dei valori, De Gregorio fu corrotto da Silvio Berlusconi con 3 milioni di euro per farlo passare al centrodestra contribuendo alla caduta del governo Prodi. La Corte di Appello di Napoli nel 2017 ha dichiarato la prescrizione del reato di corruzione per Berlusconi e Valter Lavitola, sentenza confermata dalla Cassazione che ha riqualificato il reato in corruzione impropria. De Gregorio invece aveva patteggiato la sua pena a 20 mesi. In base all’accusa il leader di Forza Italia fece avere a De Gregorio 3 milioni di euro per passare dal centrosinistra al centrodestra votando la sfiducia al governo prodi nel 2008.

Nell’inchiesta attuale, per cui sono state sequestrate alcune società create per riciclare denaro e circa 480mila euro, De Gregorio “si conferma punto di riferimento indiscusso, lo stratega del gruppo, sempre pronto a ‘sistemare le cose – aggiunge il giudice Antonella Minunni nell’ordinanza custodia cautelare – È lui che risolve le questioni sorte all’interno del gruppo e che suggerisce ogni volta le strategie difensive. È recidivo avendo riportato, tra l’altro, condanne per corruzione in atto contrario ai doveri d’ufficio”. De Gregorio è stato portato in carcere. Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania Ottavio Lucarelli ha disposto la sospensione ad horas di De Gregorio iscritto all’albo dei dei professionisti.

In carcere, oltre a De Gregorio, sono finiti fra gli altri due ex appartenenti alla Marina Militare, Antonio Fracella, 41 anni, di Nardò (Lecce) e Vito Frascella, 40enne nato a Taranto. Custodia cautelare in carcere anche per Giuseppina De Iudicibus, 55 anni, di Napoli, e Michela Miorelli, 43enne originaria di Rovereto. Ai domiciliari è finito Vito Meliota, 37enne di Conversano (Bari) mentre è stato disposto l’obbligo di presentazione alla pg per Michelina Vitucci, 44enne originaria di Bari. È ricercato invece, in quanto irreperibile e già da tempo all’estero, Corrado Di Stefano, romano di 68 anni, destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari.
Le indagini sono durate circa due anni e hanno portato alla luce casi di estorsione ai danni di due bar della capitale e il reimpiego di oltre 470mila euro all’interno di società legate agli indagati, “il cui punto di riferimento – spiegano gli investigatori – è l’ex senatore De Gregorio attorno al quale ruotano le dinamiche criminali del gruppo”.

È stata la denuncia di un’estorsione da 80mila euro, fatta nell’aprile 2016 dal gestore del bar “Enjoy” di Via Chiana, a Roma, a fa scattare le indagini. Attraverso i riscontri effettuati con le intercettazioni telefoniche ed ambientali, la visione delle telecamere di videosorveglianza e le dichiarazioni rese dalle parti, gli investigatori hanno potuto ricostruire la dinamica dell’estorsione, realizzata con una serie di minacce, tra cui quella di far apporre i sigilli al locale. De Gregorio, avrebbe inviato al bar due persone, Antonio Fracella e Vito Fascella, all’epoca militari della Marina per esigere dal gestore la restituzione di 80mila euro. Sul posto, secondo l’accusa, c’è anche De Gregorio che, preoccupato del possibile coinvolgimento nell’indagine per l’estorsione, consiglia al suo ‘socio’ Corrado Di Stefano, di sporgere querela nei confronti del gestore del bar di Via Chiana, per la sottrazione degli 80mila euro. Pochi giorni dopo l’estorsione, la somma, per gli inquirenti, viene investita da Di Stefano nelle società Italia global service s.r.l. e Apron S.R.L, gestite occultamente da De Gregorio e soci. L’estorsione e il successivo autoriciclaggio del profitto vengono mascherate, sempre su consiglio di De Gregorio, attraverso il riconoscimento per Di Stefano di una quota societaria dell’Italia Global Service srl, all’interno della quale possiede una quota anche la Pianeta Italia srl (nella cui compagine societaria risultano familiari degli indagati). Lo scopo è di far apparire l’estorsione come un semplice tentativo di aiutare il socio Di Stefano a recuperare un credito.

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