Scontro tra il ministero dell’Istruzione e i sindaci di Borgosesia e Quarona sulla scelta di far rientrare i bambini in classe, anche se non per le lezioni. A creare frizioni tra Roma e la valle in provincia di Vercelli è il progetto pilota realizzato dalle due amministrazioni per assistere i minori delle famiglie che sono tornate a lavorare. I sindaci infatti hanno chiesto le aule scolastiche per attivare il progetto, ma da viale Trastevere ribadiscono che la norma attuale impedisce l’uso degli edifici scolastici e che i comuni hanno lavorato al di fuori di qualsiasi protocollo nazionale. La stessa ministra Lucia Azzolina è intervenuta sulla vicenda dicendo “che il progetto locale era semplicemente in aperto contrasto con il quadro normativo e le disposizioni vigenti per il contenimento della diffusione del Covid-19”.

A condividere la posizione del ministero è anche Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria e membro della task force nominata dalla ministra: “Esistono leggi, decreti che vanno rispettati. In Piemonte la situazione non è ancora tranquilla: è assolutamente prematuro riportare in classe i bambini. Le indicazioni del comitato tecnico scientifico tengono conto delle analisi sull’andamento del virus in Italia e i numeri ci dicono che nelle regioni del Nord la situazione è ancora preoccupante. Sono favorevole che vengano date delle opportunità ai bambini, stimo il lavoro dei sindaci ma le norme vanno rispettate”.

E ai due sindaci, che accusano Villani di non aver letto il loro protocollo, il presidente risponde: “Non l’ho studiato ma l’ho visto”. A chiarire la questione ci provano Paolo Tiramani, sindaco di Borgosesia e deputato leghista e Francesco Pietrasanta, primo cittadino di Quarona. “La ministra, così come Villani, non hanno letto né il progetto né il nostro protocollo. Il nostro è un servizio di assistenza ai minori non è un ritorno a scuola. Il Dpcm – spiega Tiramani – vieta le forme di servizi educativi, ma questo è un servizio assistenziale. Inoltre abbiamo rispettato il decreto “Cura Italia” che prevede di usare le coop che lavorano per i Comuni. Noi abbiamo fatto così variando il contratto in essere. Pensavamo di usare le scuole elementari e medie che ricordo sono di proprietà del Comune: lì solitamente facciamo i centri estivi. La dirigente inizialmente aveva espresso un parere favorevole ma poi ci ha revocato il permesso a poche ore dall’inizio dell’attività”. A quel punto il servizio è stato spostato all’asilo nido e al centro polifunzionale della Pro Loco. I due sindaci ci tengono a ribadire che il protocollo è stato valutato da un virologo, sottoposto all’unità di crisi della Regione Piemonte e anche al Servizio di igiene e sanità pubblica dell’Asl che ha dato il via libera.

Il protocollo è molto rigido sia per gli educatori che per i bambini e le loro famiglie. Ai lavoratori viene misurata la temperatura all’inizio e alla fine del turno di lavoro, devono indossare la mascherina e inoltre sono stati sottoposti sia ai test sierologici che al tampone. Le famiglie hanno invece l’obbligo di misurare la temperatura a tutti i componenti, inoltre al momento dell’ingresso nell’edificio in cui si svolge il servizio viene rilevata la temperatura di nuovo ai bambini. I pasti, confezionati, vengono consegnati agli educatori senza che il personale entri nell’edificio. Anche i numeri dei partecipanti sono limitati: quattro alunni al massimo per i bambini della scuola dell’infanzia e cinque per le primarie. Inoltre gli spazi vengono aerati per dieci minuti ogni ora e i bambini devono lavare le mani spesso e andare in bagno non più di uno alla volta.

A Quarona i bambini che hanno aderito all’iniziativa sono nove, mentre a Borgosesia sono già 23. Il costo per ciascun bambino è di 15 euro al giorno, compreso il pasto. “La ministra Azzolina doveva ipotizzare una riapertura per tempo e invece abbiamo dovuto pensarci noi. Siamo stati un po’ abbandonati. Il nostro progetto può essere migliorabile ma è un modello per altri comuni e per la ripresa delle scuole. Ci chiamano dalla Puglia, dalla Lombardia per avere il protocollo. Da primo cittadino mi sarei aspettato un atteggiamento diverso – spiega Pietrasanta – della ministra. Poteva chiamarci o mandare un ispettore e magari capire che il nostro modello poteva essere un esempio da seguire”.

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