L’università italiana è chiusa, ma le sue nomine non si fermano. In emergenza coronavirus il Parlamento lavora a scartamento ridotto, solo sui provvedimenti più urgenti, ma nelle ultime settimane ha approvato ben quattro nuove poltrone nel consiglio direttivo dell’Anvur, la tanto discussa Agenzia nazionale della valutazione universitaria e della ricerca. Nomine preziose, perché valgono uno stipendio da 178mila euro l’anno. Nomine vitali, perché salvano l’ente da una grave crisi istituzionale che in tanti si auguravano potesse essere l’occasione per una radicale riforma.

L’Anvur, ente pubblico creato nel 2006, vigilato dal ministero dell’Istruzione e dopo lo sdoppiamento passato sotto l’egida del ministro dell’Università Gaetano Manfredi, è noto soprattutto per la famosa Vqr: la “Valutazione della qualità della ricerca”, una complessa procedura che dà i voti a quanto di buono e meno buono fatto dai dipartimenti, e soprattutto sposta circa 1,5 miliardi di finanziamenti pubblici alle università: negli ultimi anni vari governi hanno deciso che una fetta sempre più consistenti dei fondi (la cosiddetta “parte premiale” del Fondo di funzionamento ordinario, circa il 25% del totale) debba essere assegnato in base al merito. Ci sarebbe da chiedersi anche quale merito, visto che ogni ciclo di Vqr è stato sempre accompagnato da grosse polemiche sulle regole, e ancor di più sull’impostazione bibliometrica, ma questa è un’altra storia.

Quella più attuale, invece, è la nomina dei nuovi componenti del consiglio direttivo: sono i professori Massimo Tronci (Università La Sapienza di Roma), Alessandra Celletti (Roma Tor Vergata), Marilena Maniaci (Cassino), Menico Rizzi (Piemonte Orientale). Il ministro Manfredi li ha scelti all’interno di una lista di quindici esperti, compilata da un apposito comitato, che era pronta da oltre un anno. Nella prima metà di aprile le commissioni competenti di Camera e Senato hanno dovuto riunirsi d’urgenza per dare il loro parere, ovviamente positivo. Ma perché tutta questa fretta? Semplice: l’Anvur era praticamente paralizzato.

Del consiglio direttivo di sette membri, ne rimanevano solo tre. Di questi, i due superstiti avevano impugnato la nomina del nuovo presidente, il prof. Antonio Felice Uricchio, contestando che fosse avvenuta a maggioranza semplice e non dei due terzi, e soprattutto con buona parte del consiglio in regime di proroga: l’elezione era stata infatti uno degli ultimi atti dei consiglieri “scaduti” e adesso sostituiti, che in teoria avrebbero dovuto svolgere solo ordinaria amministrazione. Così la presidenza di Uricchio era stata prima sospesa dal Tar, poi riabilitata dal Consiglio di Stato, ma restava in bilico in attesa del giudizio di merito. Un bel pasticcio. Il ministero dell’Università è arrivato in soccorso di Anvur.

Le nuove nomine sono nomine “salva-Anvur”. Ricostituiscono il consiglio, che costa allo Stato oltre un milione di euro l’anno. Formano una nuova solida maggioranza che potrà rilegittimare il suo mandato. In poche parole, significano restaurazione, spazzando via l’illusione che la crisi potesse scardinare il sistema. I professori scelti in alcuni casi erano già organici all’agenzia, comunque si collocano tutti in continuità con l’idea di valutazione praticata dalla Vqr. Come lo è anche Manfredi: al contrario del predecessore Fioramonti, che non aveva escluso una riflessione su Anvur, l’attuale ministro non ha mai fatto mistero di essere un sostenitore della valutazione universitaria. Inoltre, l’ente si occupa anche di altro oltre alla Vqr (attualmente sospesa per l’emergenza), ad esempio dell’abilitazione scientifica nazionale o dell’accreditamento dei corsi, e in un momento così delicato si è ritenuto fosse meglio evitare sconvolgimenti. Non c’era il tempo, né la volontà di fare rivoluzioni. L’Anvur è vivo e vegeto.

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