“La sentenza della Corte costituzionale tedesca ha detto che il re è nudo: la Bce non può continuare per sempre a comprare titoli di Stato a questo ritmo, di fatto monetizzando i debiti, in attesa che i governi trovino un accordo. Siamo arrivati al limite istituzionale dell’Unione, per gestire la crisi bisogna mettere in campo nuovi strumenti“. Per Carlo Altomonte, docente di Politica economica europea alla Bocconi, al netto dei toni pesanti utilizzati nei confronti della Corte di giustizia Ue i giudici di Karlsruhe hanno solo svelato una verità nascosta. Mettendo – forse involontariamente – pressione su Berlino e gli altri “frugali” perché accelerino sul varo di un Recovery fund di dimensioni adeguate. Insomma: l’esito, nel medio periodo, potrebbe essere meno sfavorevole all’Italia rispetto a quanto ha fatto temere la reazione a caldo dei mercati.

Gli investitori, spiega infatti Altomonte, ora daranno per scontato che il programma straordinario messo in campo per rispondere alla pandemia con ogni probabilità non potrà essere prolungato oltre la fine di quest’anno. Ergo, a meno che non si cambino i trattati (ma ci vuole molto tempo) la politica monetaria non è la panacea a cui affidarsi per puntellare i bilanci dei Paesi dell’Eurozona anche durante la fase di ripresa post coronavirus. “A chi dice che la soluzione è la Bce, la Corte costituzionale risponde: scordatevelo“, chiosa Altomonte. Un’interpretazione che pare condivisa dalla cancelliera tedesca: “L’Alta Corte mostra chiaramente alla Bce i suoi confini”, ha detto Angela Merkel al gruppo parlamentare della Cdu. La conseguenza è che devono muoversi gli Stati, mettendosi d’accordo su politiche fiscali di stimolo alla crescita che erano necessarie già prima del Covid – come ripetuto tante volte da Mario Draghi – e ora diventano questione di vita o di morte. “E non basta dirlo e poi partorire topolini nella forma di pochi soldi a debito“.

Il punto di partenza è che la sentenza chiede al Consiglio della Bce di dimostrare entro tre mesi la proporzionalità dei propri interventi non convenzionali, stabilendo che in caso contrario la Bundesbank non dovrà più partecipare al programma di acquisti. “Questo però sarà semplice: la Bce ricorderà che è tenuta a portare l’inflazione vicino al 2% e non ci siamo neanche lontanamente. Quindi potrà dire che per non violare il suo obiettivo statutario è tenuta a mettere in campo ogni strumento a disposizione”. Lo stesso vale per il piano straordinario “pandemico” annunciato a metà marzo (Pepp), che non è oggetto della sentenza di martedì ma potrebbe finire nel mirino di nuovi ricorsi: “Sarà ben difficile sostenere che la risposta non è proporzionata, considerato che vale un quinto rispetto agli interventi della Fed a fronte di uno choc economico simile in un’area di dimensioni paragonabili”.

Fin qui tutto bene. “Il punto chiave però è che il Pepp è proporzionato ora, ma non sarebbe più giustificato se continuasse a crisi finita. Questo ovviamente mette l’Italia in una posizione molto scomoda, perché i mercati ora hanno in testa che oltre dicembre non potrà proseguire”. Nel breve periodo quindi ci si può attendere un allargamento dello spread tra Btp e Bund. “Ma la Corte di Karlsruhe non ha fatto altro che dire quello che tutti sapevano: stiamo di fatto monetizzando i debiti nella speranza che intanto i governi trovino un accordo. E non si può fare. Questo mette pressione soprattutto a Berlino: non a caso le critiche più severe sono arrivate dagli europeisti tedeschi. Ora in Germania devono prima di tutto mettersi d’accordo tra loro”. E sciogliere gli ultimi nodi in vista del varo di un Recovery fund che secondo Altomonte dovrebbe essere “immediato”, avere una capienza intorno ai 1000 miliardi di euro e “distribuire almeno metà delle risorse sotto forma di trasferimenti e non prestiti” come auspicato dal governo.

Quanto ai toni della sentenza, che accusa la Corte Ue di decisioni “arbitrarie” e “fuori dai suoi poteri”, il docente ricorda che “è una diatriba che si trascina da vent’anni. Ovviamente la Corte di giustizia prevale sugli ordinamenti nazionali nelle aree che gli stati membri hanno conferito alla Ue come attribuzioni, mentre nelle altre aree restano prevalenti le Corti nazionali”. Il tema, in questo caso, è dove vada tracciata la linea di confine tra politica monetaria – competenza della Bce e della Corte Ue – e politica fiscale, finora di esclusiva competenza nazionale. “E’ un discorso in punta di fioretto giuridico, che in parte dipende da come è costruita l’Unione”. Il grande punto di domanda è se davvero la “spinta” di Karlsruhe avrà l’effetto di smuovere le acque sul fronte della risposta comune per la ripartenza.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Mes, bond o prestito europeo a fondo perduto. Eppure la soluzione ce l’abbiamo in casa

next
Articolo Successivo

Bce, la replica alla Consulta tedesca: “Resta l’impegno a fare qualunque cosa necessaria. Corte Ue ha stabilito che agiamo nel mandato”

next