Le regole di bilancio dell’area euro vanno “riviste” perché “finora hanno funzionato, sono state efficaci per evitare l’accumulazione di debito, ma non sono abbastanza efficaci nelle fasi in cui servono interventi anticiclici“. Cioè, in questa fase, politiche di stimolo alla crescita che sta rallentando più del previsto. Nella sua ultima audizione alla commissione Affari economici del Parlamento Ue Mario Draghi entra a gamba tesa nella partita cruciale per la nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che si insedierà l’1 novembre nelle stesse ore in cui la poltrona da presidente della Bce passerà a Christine Lagarde: la revisione del Patto di stabilità. All’Ecofin di Helsinki, dieci giorni fa, gli esperti dello European Fiscal Board hanno presentato una proposta dettagliata che prevede la semplificazione dei parametri e una limitata “golden rule, la possibilità di tener fuori una parte degli investimenti dal deficit. La discussione però si è subito arenata per l’opposizione dei Paesi più rigoristi, a partire dalla Germania che pure si avvia verso la recessione. Ma lo stesso vicepresidente Valdis Dombrovskis, noto per le posizioni rigide sul rispetto delle regole, ha ammesso che il sistema attuale risente di un eccesso di “complessità e tendenza verso politiche pro-cicliche”.

Draghi dal canto suo – dopo aver ricevuto dalla nuova presidente della Commissione Irene Tinagli una targa d’argento a nome di tutti i gruppi fatta eccezione per Identità e Democrazia, di cui fa parte la Lega – ha chiesto di ripensare i vincoli europei rendendoli al tempo stesso “efficaci e ragionevoli“. E ha auspicato, come già fatto l’anno scorso, la creazione di un meccanismo unico di stabilizzazione che garantisca la stabilità quando i Paesi dell’Eurozona sono soggetti a “choc asimmetrici”. Una posizione perfettamente allineata a quella del capo dello Stato Sergio Mattarella, che due settimane fa a sorpresa ha chiesto di rivedere le regole per rilanciare “gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca”. L’ex governatore di Bankitalia ha poi ribadito ancora una volta che i Paesi con alti debiti devono adottare “politiche prudenti” mentre quelli con “spazio fiscale“, dunque in primo luogo alla Germania e all’Olanda, dovrebbero “agire con tempestività” con una politica fiscale espansiva che rafforzi gli effetti della politica monetaria.

Il presidente uscente ha esordito difendendo la scelta di mettere in campo un nuovo quantitative easing: “Una forte risposta di politica monetaria era quindi essenziale“. A dispetto delle critiche arrivate nei giorni successivi dal numero uno della Bundesbank Jens Weidmann. La Bce infatti durante l’ultima riunione del direttivo, “ha dovuto fare i conti con un rallentamento dell’Eurozona più rapido ed esteso rispetto a quanto avevamo anticipato e con un ulteriore ritardo nella convergenza dell’inflazione verso il nostro obiettivo”, ha ricordato. Per poi rivendicare tutte le mosse fatte a partire dal 2011, che “sono state fondamentali per affrontare la crisi economica e i rischi al ribasso” e hanno anche contribuito in maniera determinante alla creazione di posti di lavoro. “Quando sono apparso per la prima volta davanti alla commissione Econ, nel dicembre 2011, l’area dell’euro era in piena instabilità finanziaria”. Ma da allora “ha fatto molta strada in parte grazie al sostegno fornito dalla politica monetaria della Bce”. In generale, “negli ultimi anni, la Bce ha ripetutamente e chiaramente dato prova della propria disponibilità e determinazione a raggiungere l’obiettivo primario di raggiungere la stabilità dei prezzi, come stabilito nei trattati“.

Ora però l’economia sta rallentando di nuovo. La crescita del pil dell’Eurozona è prevista a +1,1% nel 2019, “meno 0,6 punti dalle proiezioni di dicembre”, e +1,2% nel 2020, “meno 0,5 punti da dicembre”. Un rallentamento, ha ribadito Draghi, principalmente dovuto alla debolezza del commercio internazionale in un ambiente di persistenti incertezze legate alle politiche protezionistiche e ai fattori geopolitici“. I dati più recenti, come i nuovi ordini di esportazione nel settore manifatturiero, “non mostrano segni convincenti di un rimbalzo della crescita nel prossimo futuro e il saldo dei rischi per le prospettive di crescita rimane inclinato al ribasso”. In questo quadro “la Germania è oggi uno dei membri dell’area dell’euro più colpiti dal rallentamento”, perché lo scontro commerciale tra Usa e Cina e i rischi geopolitici “stanno pesando sempre di più sul sentiment economico e, in particolare, sul settore manifatturiero, che è più orientato al commercio ed esposto alle influenze straniere”. Così “i paesi che hanno un settore manifatturiero relativamente grande sono più vulnerabili a qualsiasi svolta del ciclo economico globale”. E “la Germania rappresenta il 28% del Pil dell’area dell’euro, ma fino al 39% del valore aggiunto manifatturiero”.

Per far fronte a questa situazione, come sottolineato il 12 settembre, “ci serve una strategia economica coerente nella zona euro, che completi l’efficacia della politica monetaria”. E la Bce è stata unanime nel chiedere “un maggiore contributo alle politiche fiscali“. In vista del rallentamento e dei rischi al ribasso, “i governi con spazio nei bilanci, che affrontano un rallentamento, dovrebbero agire con tempestività, e allo stesso tempo i governi con alti debiti dovrebbero perseguire politiche prudenti e rispettare gli obiettivi” Ue. A una domanda ad hoc sull’Italia in stagnazione e sulle ricette per uscirne, Draghi si è limitato a ricordare l’importanza di “riforme strutturali” che “non si limitano al bilancio, sono un concetto molto più ampio. Solitamente si pensa al mercato del lavoro, ma bisogna anche aumentare la concorrenza, elemento ancora più importante. Poi ci sono il sistema giudiziario, l’istruzione, la ricerca. Queste sono le riforme che ogni Paese dovrebbe fare se ha come priorità la crescita, come dovrebbe essere”.

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