Non solo gli esponenti di Cosa nostra, ma anche quelli della ‘ndrangheta radicata nel Nord Italia. Una serie di condannati per il 416 bis o arrestati nelle grandi inchieste contro le cosche in Emilia Romagna hanno sommerso di richieste provenienti da diverse carceri italiane il Tribunale competente di Bologna con il medesimo leitmotiv: qui rischiamo di ammalarci di coronavirus, dateci gli arresti domiciliari. La preoccupazione che l’assalto ai Giudici per le Udienze Preliminari e al Tribunale del Riesame si moltiplichi in Emilia Romagna, specialmente dopo le recenti scarcerazioni di uomini importanti della mafia siciliana e della ‘ndrangheta di Gioia Tauro e Lamezia Terme, è forte.

Il personaggio più in vista politicamente che teme il coronavirus e chiede gli arresti domiciliari è l’ex presidente del consiglio comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso, 60 anni, esponente di Fratelli d’Italia poi espulso dal partito dopo l’arresto del giugno 2019. “Sono preoccupato per la mia salute e lo Stato non sembra curarsi di noi detenuti”, aveva dichiarato il 4 aprile scorso attraverso il proprio avvocato Maria Rosa Oddone. Caruso è rinchiuso a Voghera in attesa del processo Grimilde, che vedrà 85 indagati alla sbarra nell’udienza preliminare prevista per il 13 maggio al carcere della Dozza di Bologna. È accusato di appartenere alla cosca che da Brescello, in provincia di Reggio Emilia, diramava le proprie attività illecite in campo economico nel nord Italia ed anche all’estero, assieme a capi mafiosi del calibro di Nicolino Sarcone, Francesco e Nicolino Grande Aracri, Alfonso Diletto. È accusato di aver messo a disposizione della cosca le sue competenze e conoscenze di funzionario dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli di Piacenza. Caruso ha annunciato l’inizio di uno sciopero della fame in carcere lamentando i sintomi del coronavirus. Ma nelle sue telefonate intercettate diceva contemporaneamente di stare benissimo. Ha presentato sinora tre richieste di arresti domiciliari: la prima respinta, le altre due in attesa di risposta. E’ stato comunque isolato per evitare ogni possibile contagio.

Altri personaggi coinvolti in Grimilde che hanno chiesto di uscire sono Giuseppe Strangio, cinquantenne di Crotone residente a Traversetolo, in provincia di Parma, accusato di avere partecipato alle truffe e alle minacce ai danni dei titolari della Riso Roncaia Spa di Castelbelforte di Mantova, coinvolta in una truffa milionaria ai danni della Comunità Europea, e Pascal Varano detto Dandy, 33enne residente a Poviglio (Re). Il primo, detenuto a Pozzuoli, è in attesa di un intervento per ernia ritenuto non urgente e le sue condizioni sono considerate compatibili con il carcere ma ha comunque chiesto di uscire per evitare le possibili complicazioni legate al coronavirus. Il secondo ha soli 33 anni ed ha chiesto gli arresti domiciliari dal carcere di Voghera dopo il contatto con un detenuto positivo. E’ stato semplicemente isolato.

Anche Antonio Muto classe ’71, uno dei numerosissimi membri della famiglia messa all’angolo sia da Aemilia (condanna in primo grado a 20 anni e 6 mesi complessivi) che da Grimilde, ha presentato istanza di scarcerazione benchè sano come un pesce. Le motivazioni addotte sono il semplice rischio di contagio in carcere e la modestia del reato di cui è accusato in Grimilde (intestazione fittizia) che però è aggravato dall’imputazione dell’art. 7 della legge del 1991 che contesta il ricorso al metodo mafioso.

Poi c’è Claudio Bologna, milanese residente a Parma di 56 anni, accusato del 416 bis, che lamenta artrosi psoriasica e chiede la scarcerazione dalla Casa Circondariale di Tolmezzo, benchè siano a zero i casi di coronavirus in città e fossero a zero quelli all’interno del carcere ritenuto tra i più efficienti del paese. L’arrivo di alcuni detenuti positivi da Bologna ha offerto però l’alibi per la domanda, sebbene siano stati immediatamente intercettati e messi in quarantena evitando ogni contatto con gli altri carcerati.

Ha chiesto gli arresti domiciliari per difendersi dal coronavurus anche Cosimo Amato, arrestato assieme ai fratelli Mario e Michele all’inizio del 2019. I tre sono ritenuti responsabili dei tentativi di estorsione e dei colpi di pistola esplosi contro quattro pizzerie di Reggio Emilia. Azioni messe in atto dopo che il loro padre, Francesco Amato, aveva reagito alla condanna in Aemilia (19 anni in primo grado) con il clamoroso sequestro di otto persone in un ufficio postale di Reggio Emilia, tenendo sotto scacco la città per un intero giorno. Cosimo ha 20 anni ed è sanissimo.

I Giudici per le Udienze Preliminari hanno lavorato sodo a Bologna in questi giorni e le domande di Stangio, Bologna, Caruso e Muto sono state rigettate dal dottor Sandro Pecorella, mentre l’altro giudice Roberta Dioguardi ha negato gli arresti domiciliari a Cosimo Amato. Ora si attendono i pronunciamenti del Riesame, mentre altri uomini eccellenti della ‘ndrangheta emiliana si fanno avanti con nuove richieste. Da Giuseppe Iaquinta (19 anni di carcere in Aemilia, padre del calciatore campione nel mondo con la nazionale nel 2006) a Gabriele Valerioti (19 anni e 6 mesi), a Carmine Sarcone, considerato il reggente della cosca a Reggio Emilia dopo gli arresti dei fratelli Nicolino e Gianluigi, a sua volta arrestato e condannato l’estate scorsa a dieci anni di carcere. Carmine ha 40 anni ed ha già presentato due istanze rigettate; ora è in attesa del Tribunale del Riesame.

Le richieste aumentano e gli uffici della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna debbono svolgere un super lavoro supplementare fornendo ai Tribunali il loro parere. Intanto si avvicinano le date della riapertura: 13 maggio udienza preliminare di Grimilde alla Dozza, 14 maggio appello Aemilia sempre al carcere della Dozza, 15 maggio udienza per gli omicidi del 1992 in Corte d’Assise a Reggio Emilia. Coronavirus permettendo.

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