Venghino signori venghino nel circo Fox News. Là dove le donne fanno carriera, e non poca, solo se si piegano alle molestie del capo. Se poi è Charlize Theron/Megyn Kelly, rivolgendosi direttamente allo spettatore, ad introdurvi nel grattacielo dove Rupert Murdoch e Roger Ailes hanno riscritto le regole statunitensi e mondiali del giornalismo in tv, come si fa a dire di no? Theron/Kelly fa quello che succede spesso in The big short (stesso sceneggiatore, Charles Randolph): il personaggio guarda in macchina e spiega alcune coordinate generali della situazione in esame come se fosse sospeso dallo scorrere del tempo narrativo del film.

Kelly esplora le decine di piani dell’edificio dove Fox News crea programmi e successi per quella fetta amplissima di popolazione americana pregiudizialmente conservatrice. A capo delle scelte redazionali quell’Ailes, già maneggiato incredibilmente da Russell Crowe in The Loudest Voice, qui più laido e invecchiato interpretato da John Litgow, a dondolare con la sua pappagorgia nell’ufficio al secondo piano dove, chiusa la porta e con l’omertà di anziane segretarie e collaboratori, invita le redattrici a fare la “giravolta”, ad alzare la gonna fino alla mutande (è uno dei segreti, assieme alla scrivania trasparente, di Ailes), e molto altro di più.

Lo sappiamo, tutto è già stato raccontato dalla cronaca. È la accusa di molestie sessuali che nel 2016 travolse e fece allontanare Ailes dalla Fox, curiosamente spesso in scena con deambulatore per camminare come recentemente abbiamo visto fare in tribunale da Harvey Weinstein. Gretchen Carlson fu la giornalista di punta della Fox che sollevò il caso preparando la causa con dei legali e quindi mettendo in trappola il direttore molestatore, poi subito scaricato dal proprietario della Fox, Murdoch, infine morto nel 2017 a 77 anni. La causa della Carlson fu appoggiata dalle testimonianze di ben altre 23 sue colleghe. In Bombshell, “un evento sorprendentemente spiacevole”, dal 20 aprile su Amazon Prime, l’unità spaziale del grattacielo Fox è l’architrave di un racconto diviso in tre voci: Megyn Kelly (Theron); Gretchen Carlson (Nicole Kidman) e Kayla Pospisil (Margot Robbie).

Per la cronaca (ancora): le prime due personaggi realmente esistiti, il terzo inventato. Ma è proprio in questa scelta che la trovata di Jay Roach alla regia e il citato Randolph coglie nel segno. Tanto Kelly e Carlson sono vere, tratte dalla “storia”, così come l’odiosa flaccidità di Ailes, più sono appesantite da un make-up clamoroso di Kazu Hiro (ricordate le protesi su Gary Oldman per farlo diventare Churchill?) per renderle distintamente “appesantite” dal loro doppio reale.

Così il personaggio della Pospisil è inventato di sana pianta, non ha make-up, vive della sguaiata naturalezza della Robbie, ma soprattutto è come se riassumesse su di sé la vera essenza della lotta alle molestie contro l’orco. Kelly, ad esempio, è quella che si sente più coperta dal capo nel suo lavoro, tanto da osare di dare dell’orrido cafone maschilista a Trump proprio all’inizio delle primarie repubblicane che poi lo vedranno trionfare fino alla Casa Bianca. Mal gliene incolse. Perché da quel momento, una delle giornaliste più influenti d’America, nonostante il suo orientamento conservatore (vedrete quando parla di come è bianco Babbo Natale), finirà nello sgabuzzino di Ailes, dapprima non proprio propenso a cacciarla. Roger, infatti, alle sue redattrici promosse dopo le molestie chiede “lealtà”.

Qualcosa tra il patto col diavolo e l’omertà mafiosa che, invece, una più decisa accusatrice come la Carlson, altra prima firma della Fox, sempre più relegata in fasce meno importanti del palinsesto dopo apprezzamenti sessisti in diretta dai colleghi, alla fine mette in discussione facendo cadere Ailes e il suo spregiudicato uso del potere. Già, perché tematicamente in Bombshell c’è sì uno scavo profondo, quasi scabroso nell’intimità violata delle donne molestate (non ci sono dettagli visivi, ma eccellenti sequenze formalmente esplicative), ma si mostra in controluce anche l’ombra lunga dello scambio professionale offerto da Ailes. Alla molestia che finisce “bene” corrisponde poi una carriera fulminante e di prestigio. È su questo crinale che Kelly sembra non cedere, non mollare mai, nonostante il fastidio e la voglia di confessare. Carlson, quindi, è quella che vuol far saltare tutto, con un meccanismo ad orologeria piuttosto ghignante; Kelly, la tentennante testimone che non vuole cedere del tutto la posizione conquistata; infine Pospisil, vera figura risolutrice che da molto in basso nella scala gerarchica della Fox taglia il nodo gordiano del ricatto senza troppi infingimenti, quasi con idealismo intonso, dopo averci fatto pensare il contrario.

Le protagoniste spesso si incrociano senza mai rivolgersi la parola (la sequenza dell’ascensore sarà scontata e ritrita ma molto efficace), confrontandosi sostanzialmente solo con i team professionali/familiari/amicali che le circondano. La giravolta continua di piani e scrivanie, porte girevoli, chiuse, aperte, una specie di “grand hotel”, di “gente che va e gente che viene”, è l’impostazione scenica leggermente sofisticata di un film terribilmente drammatico e attuale, screziato ad ogni dialogo e inquadratura da una pervicace ironia di fondo (Roach in fondo è il regista della saga di Austin Power). Le tre attrici si muovono disinvolte all’interno di tre caratteri più stretti di un vestito a tubino, trasmettendo il conflitto dilaniante sulla loro pelle, su quelle gambe che vengono laidamente sfiorate da mani decrepite, vivendo la svendita del corpo di una donna come se fosse naturale, l’accettazione possibile di un ricatto sessuale che si fonde in quello economico-sociale. E il bello è che non c’è mai vittimismo o ricerca del sensazionalismo emotivo sull’indifesa.

L’ambiente Fox è un ambiente di squali maschi e femmine. L’abitudine individualista a fottere il prossimo è inculcata un po’ in ogni dipendente. Solo che grattando via la patina lucida dei riflettori è il solito porcile sessista. Le ultime due sequenze finali della Robbie con Ailes grattano sottopelle anche e soprattutto dei maschi come carta vetrata e, sia detto per inciso, commuovono lasciando intatta la dignità di quell’apparente negativo personaggio. Solo un appunto, il solito, ai doppiatori italiani e ai revisori dei testi: il termine inglese liberal non è sinonimo in italiano di liberale, come viene tradotto nel film. Va bene che il PD italiano ha intorbidito le acque da tempo rendendo due concetti agli antipodi quasi sinonimi, ma quando finirà questo ridicolo fraintendimento modello false friends?

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