di Giovanni Mori

Un anno fa ho partecipato alla mia prima manifestazione per il clima.

Mi trovavo in Svizzera e stavo ultimando la tesi al Politecnico di Losanna per capire se fosse fattibile portare a zero le emissioni del campus universitario. Approfittavo dei sabati per esplorare il Paese e quel sabato prima di Natale ero diretto a Berna con un BlaBlaCar. Parlo con una ragazza in macchina con me: sta andando nella capitale perché quel giorno ci sarà la prima di una serie di manifestazioni chiamate KlimaStreik, Sciopero per il Clima. Ah, come la ragazzina svedese – preciso io, saputo. Sì, ma noi siamo svizzeri – precisa lei.

Svizzera (e Belgio) sono state le prime nazioni a seguire la ragazzina svedese. Migliaia di ragazzi più o meno della mia età che non avevano la minima idea di quale fosse la quantità di CO2 presente in atmosfera o cosa fosse il carbon budget. Forse conoscevano gli Accordi di Parigi del 2015. Loro scendevano in piazza e gridavano il loro diritto al futuro. Io nel mio ufficio approfondivo scenari sempre più preoccupanti, ma non lo gridavo da nessuna parte. Anzi, ne parlavo solamente coi miei relatori.

Ed ecco spiegato nel mio piccolo il dramma che negli ultimi 30 anni ha impedito a questa crisi climatica di diventare argomento di discussione veramente chiacchierato, come lo sono la macroeconomia e la legge finanziaria. Che non significa che poi la gente sappia davvero di cosa si stia parlando, ma quantomeno sa che tutto ciò li riguarda molto, molto da vicino.

Il 2019 è stato solamente l’inizio. Un risveglio. Ritornato in Italia a inizio anno insieme ad altri bresciani ci siamo attivati per portare avanti il nostro presidio settimanale. E come noi, a inizio 2019 tantissime città si son attivate, per giungere al primo, vero sciopero per il clima del 15 marzo 2019. Più di 560.000 persone solo in Italia. Tutte manifestazioni a km0.

Altro sciopero globale il 24 maggio. Altri milioni di persone in tutto il mondo. Poi la Global Climate Week dal 20 al 27 settembre: 7,6 milioni di persone coinvolte in 170 nazioni del pianeta. Una marea di persone di ogni età, estrazione, orientamento politico che chiede azione e giustizia climatica.

E tutto questo cosa ha portato concretamente? Non molto, in realtà.

Sì, la Germania ha varato un primo KlimaPaket da 50 miliardi entro il 2023. Poca roba secondo tutti quelli che ne capiscono. L’Italia segue a ruota varando un Decreto Clima da 470 milioni. È il primo decreto sul clima mai fatto da un governo italiano. Tutte misure assolutamente insufficienti. L’Ue sta promuovendo un Green New Deal per raggiungere emissioni 0 al 2050, ma dovrebbe fare ben di più per favorire una transizione rapida. La Cop 25 a Madrid non ha portato a progressi di sorta. Anzi, evidenzia la spaccatura tra Paesi storicamente inquinatori, nuovi inquinatori e Paesi in via di sviluppo che già contano migliaia di morti e subiscono danni incalcolabili (quando non vengono addirittura sommersi, vedi Kiribati) a causa della crisi climatica.

I governi non sono minimamente consapevoli dei rischi reali per i loro cittadini. Il bacino del Mediterraneo subirà un aumento di temperatura di circa il 20% superiore a quella globale. Quasi tutti i ghiacciai sulle Alpi scompariranno entro fine secolo – e con loro anche i fiumi con cui alimentiamo la nostra agricoltura e industria. Più di un quinto del suolo italiano è a rischio desertificazione – con punte del 70% in Sicilia.

Ma la vera domanda a questo punto è: allora è inutile scioperare per il clima? Non solo non serve, ma tutto prosegue verso il baratro…

Incredibile a dirsi, ma non è assolutamente così. Nonostante tutto, nonostante gli evidenti fallimenti che abbiamo davanti agli occhi, nel 2019 grazie alle mobilitazioni globali sono stati raggiunti risultati che sarebbero stati assolutamente impensabili un anno fa:

– a settembre 2019 raggiunta la cifra record di 12.000 miliardi di dollari disinvestiti dal settore dei combustibili fossili (da parte di, tra gli altri, Credit Agricole, Amundi Investment e Allianz);
– numerosi sondaggi (SWG, AXA, EuroBarometro) mostrano come la crisi climatica sia diventata una delle maggiori – se non la principale – preoccupazioni degli italiani;
– la Banca Europea degli Investimenti (BEI) chiuderà i rubinetti a quasi tutti i progetti fossili dal 2021;
Goldman Sachs, forse il simbolo della finanzia più spregiudicata, ha rinunciato a finanziare le perforazioni nell’Artico.

Siamo tutti consapevoli che scendere in piazza non faccia diminuire la CO2. Non direttamente almeno. Ma sta aiutando a far diventare molto più nota la realtà della crisi climatica e convincere noi consumatori in primis a fare la nostra parte. L’effetto farfalla esiste, e ne siamo la prova concreta.

Abbiamo un’occasione unica davanti a noi: capire che la crisi climatica non è la causa, ma solo la conseguenza di un sistema che – a tutti i livelli – mette solo e unicamente il profitto davanti a tutto. Alimentarci con fonti rinnovabili, ridurre gli sprechi, seguire diete più sostenibili, garantire i diritti umani fondamentali: non sono parole al vento, ma splendide opportunità per avere un mondo migliore e più equo per tutti.

C’è ancora moltissimo lavoro da fare. Fridays For Future ha soprattutto il compito di coinvolgere attivamente anche coloro che non pensano che la crisi climatica li riguardi, o che sia un’emergenza.

Tra 50 anni, nessuno farà distinzione tra chi negava la crisi climatica o chi ne era consapevole ma ugualmente passivo. Non abbiamo più un secondo da perdere. Nel 2020 vogliamo almeno di un miliardo di attivisti in piazza. Vediamo se anche così riusciranno ad ignorarci.

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