Il pm Nicola Rossato come preannunciato ha depositato ricorso in appello contro l’assoluzione del cantante Marco Carta dall’accusa di tentato furto di 6 magliette alla Rinascente di Milano. Per la Procura, che in 28 pagine smonta la sentenza di fine ottobre, il 34enne va condannato a 8 mesi perché contribuì al furto commesso con un’amica rimuovendo “le placchette antitaccheggio” e nascondendole “nel bagno”. Per il pm il giudice è stato “molto indulgente” nel credere al cantante, malgrado le dichiarazioni di un “teste oculare“. Il pm nel ricorso spiega di aver già dato conto nel primo grado, davanti al giudice Stefano Caramellino, “di quante volte gli imputati hanno mentito” nell’interrogatorio di convalida (il giudice non convalidò l’arresto di Carta, ma poi la Cassazione di recente gli ha dato torto) anche sulla base della “visione dei filmati di videosorveglianza

Malgrado ciò, si legge nel ricorso, il giudice ha ritenuto di “dare la prevalenza nella ricostruzione degli eventi al narrato degli arrestati (Fabiana Muscas si è assunta le responsabilità e per lei è stata decisa la messa alla prova, ndr)”, “rispetto a quello del teste oculare”. E ciò anche se “la genuinità delle relative dichiarazioni” dei due “è ovviamente inficiata dal rapporto di amicizia e dalla preoccupazione della Muscas” per “le conseguenze mediatiche della vicenda che potrebbero derivare a Carta”.
Carta, spiega ancora il pm, “nega il proprio coinvolgimento, ma non riesce a spiegare quando e in che modo la Muscas avrebbe preso i capi di abbigliamento da lui indossati nel camerino”, ossia le 6 magliette del valore di 1.200 euro. Per la Procura, che punta a smontare nel dettaglio tutti i passaggi delle motivazioni del verdetto, “l’intero percorso motivazionale” del giudice “parte dall’assunto che” il teste oculare, ossia l’addetto alla vigilanza della Rinascente, “non sia credibile e tutti gli elementi probatori a disposizione” sono stati “vagliati secondo tale prospettiva”.

Il giudice, infatti, nelle motivazioni, depositate a fine novembre, aveva sostenuto che la prova della colpevolezza del cantante era “insufficiente e contraddittoria”. E che era valida, invece, la ricostruzione alternativa, ovvero che a rubare le t-shirt fu l’infermiera e amica Muscas, che voleva fare un “regalo di compleanno” al 34enne. Nel frattempo, la Suprema Corte ha stabilito che il giudice, nel non convalidare in direttissima l’arresto eseguito dalla Polizia locale, “non ha fatto buon governo” dei principi che regolano “l’arresto in flagranza di reato e la relativa procedura di convalida“.

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