Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una bomba ad alto potenziale scoppia nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Le vittime saranno 17, i feriti 88. È un evento che ha cambiato la storia del nostro Paese acuendone i contrasti, i conflitti nelle piazze, lo scontro tra opposte fazioni. Dopo questa bomba, l’Italia non è stata più la stessa e anche l’immagine dello Stato ne è uscita profondamente incrinata.

L’attentato è stato commesso da Ordine Nuovo, organizzazione di estrema destra. Franco Freda e Giovanni Ventura sono indicati dall’ultima sentenza di Cassazione del 2005 come responsabili della strage. Tra i colpevoli emerge – per sua ammissione – anche l’armiere del gruppo: Carlo Digilio.

Il democristiano Paolo Emilio Taviani, per diversi anni ministro dell’Interno, in un’audizione secretata alla Commissione parlamentare Terrorismo e stragi ha raccontato che un funzionario dei servizi segreti militari (Sid) – Matteo Fusco di Ravello, un uomo contiguo all’ambiente di Ordine nuovo – proprio quel 12 dicembre decide di partire da Roma con il compito di “recare il contrordine sugli attentati previsti in Milano”.

Matteo Fusco non riuscirà nemmeno a partire dalla capitale perché l’esplosione avviene prima della sua visita. Quella di Taviani è una dichiarazione clamorosa che mostra il livello di compromissione dello Stato nella strage. Le forze di polizia, guidate dai servizi segreti, eseguiranno anche altre operazioni:

1. costruiranno una pista palesemente falsa incolpando gli anarchici della strage;

2. rovineranno la vita al colpevole designato, l’anarchico Pietro Valpreda, che sconterà in carcere quasi tre anni da innocente, e in un accanimento persecutorio saranno prodotte anche prove false nei suoi confronti;

3. lo stesso furore vessatorio sarà rivolto contro l’anarchico Pino Pinelli, trattenuto illegalmente per tre giorni nei locali della questura di Milano, quasi senza dormire e mangiare, chiamato a rispondere di accuse tanto gravi quanto inesistenti (le bombe sui treni dell’agosto 69). Pinelli, giunto allo stremo delle forze, pochi minuti prima lo scoccare del 16 dicembre, precipita dal quarto piano della questura (ma non è escluso che l’abbiano spinto);

4. saranno ostacolate le indagini dei coraggiosi magistrati Giancarlo Stiz e Pietro Calogero, i primi nel 1971 a far virare l’inchiesta sulla pista nera;

5. verranno fatti fuggire all’estero Marco Pozzan (collaboratore di Franco Freda) e Guido Giannettini, a sua volta uomo del Sid e anello di congiunzione tra lo Stato e gli ordinovisti;

6. nella primavera del 1973 sarà offerta all’ordinovista Giovanni Ventura la possibilità di evadere dal carcere di Monza.

Sono solo alcuni episodi, di una più lunga lista, documentati dalle indagini e presenti negli atti giudiziari. La verità storica su Piazza Fontana esiste ed è inoppugnabile. È fallito invece il corso della giustizia: le persone indagate sono state in numero inferiore rispetto a quanti hanno operato nell’attentato. Si ha la chiara impressione, studiando il lungo iter giudiziario che si conclude dopo 36 anni nel 2005, che lo Stato abbia avuto il timore di condannare il suo passato.

Una preoccupazione che non ha toccato soltanto la magistratura. Quando nel 2007 si stabilì la data per ricordare la memoria delle vittime del terrorismo, la proposta di inserire il 12 dicembre come data del ricordo non venne approvata e si preferì il 9 maggio, assassinio di Aldo Moro.

Senza nulla togliere a quella e ad altre tragedie, è con il 12 dicembre che si entra nel tunnel nel quale tutto ha inizio. Lo stragismo nero e la strategia della tensione che ne consegue, per quanto cruciali sulle vicende della Repubblica, si studiano poco alle scuole superiori e, per giunta, i manuali di storia trattano il tema in maniera sommaria, come se per scrupolo non si volesse aggiungere qualche episodio in più.

Il risultato è che oggi, fra i giovani, si avverte una scarsa conoscenza su Piazza Fontana e sullo stragismo nero, mentre la lunga vacanza delle istituzioni ha prodotto una memoria pubblica tiepida e confusa. In questi giorni Paolo Silva, vicepresidente dell’Associazione Familiari delle Vittime di Piazza Fontana, ha così commentato: “Le anime dei nostri cari non hanno ancora avuto la pace che meritano”.

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