Basta con la retorica dei “misteri d’Italia”. Basta con la notte in cui tutto è nero, tutto è buio, tutto è possibile, dunque niente è certo. Basta con il piagnisteo sulle verità negate, che da una parte impedisce di mettere in fila le cose accertate e dall’altra permette di produrre le teorie più strampalate. È vero: cinquant’anni dopo, non abbiamo una sentenza che dica chi ha messo la bomba in piazza Fontana. Molte verità restano nascoste, i depistaggi hanno raggiunto il loro sporco obiettivo. Ma se Pier Paolo Pasolini diceva negli anni Settanta: «Io so… ma non ho le prove», noi oggi possiamo dire: «Noi sappiamo. Abbiamo indizi e anche prove che ci dicono chi mise le bombe». E lo raccontiamo, nome per nome, documento per documento, in una lunga inchiesta sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia dal 1969 al 1980 su FQMillennium, il mensile diretto da Peter Gomez, nel numero in edicola, dedicato alla strategia della tensione.

La strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è stata compiuta dal gruppo fascista e filonazista Ordine nuovo, ben conosciuto e ben collegato con servizi segreti e apparati dello Stato, oltre che con strutture d’intelligence Usa. I responsabili dell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura, come afferma una sentenza della Cassazione del 2005, anche se non possono più essere processati e condannati perché definitivamente assolti per lo stesso reato nel 1987. L’unico di cui è stata riconosciuta processualmente la responsabilità è Carlo Digilio, militante di Ordine nuovo e informatore dei servizi Usa con il nome di “Erodoto”, che ha confessato il suo ruolo nella preparazione degli attentati del 12 dicembre e indicato – seppur con elementi non ritenuti sufficienti a condannare – i suoi complici.

Non è tutto. Conosciamo i nomi dei capi e dei quadri di Ordine nuovo e quelli dei responsabili degli apparti di sicurezza dello Stato degli anni delle stragi, così come quelli dei politici che avevano il dovere di controllarli: i presidenti del Consiglio Mariano Rumor, Emilio Colombo, Giulio Andreotti, il ministro dell’Interno Franco Restivo, i ministri della Difesa Luigi Gui e Mario Tanassi.

Dunque sappiamo. Le stesse sentenze che, nell’ultima pagina, assolvono, nelle centinaia di pagine precedenti raccontano la storia vera e terribile di una guerra feroce. Una guerra “psicologica” e “non ortodossa”, come la definiscono i manuali di strategia militare. Una guerra asimmetrica combattuta tra il 1969 e il 1980: da una parte un esercito segreto, senza divise e senza bandiere, che riteneva di combattere contro il Male, ovvero il comunismo nel Paese dell’Occidente posto al confine tra i due blocchi; dall’altra parte cittadini inermi con l’unica colpa di trovarsi al momento sbagliato nel luogo sbagliato, una banca, un treno, una piazza, una stazione…

In quindici anni, tra il 1969 e il 1984, in Italia sono avvenute otto stragi politiche dalle caratteristiche simili, con centocinquanta morti e oltre seicento i feriti. Tutte le stragi (con qualche differenza solo per quella “treno di Natale” del 1984, che una sentenza definitiva giudica promossa da Cosa nostra) hanno caratteristiche comuni: per tutte, i responsabili sono stati cercati nei gruppi dell’estrema destra; in tutte, le indagini sono state inquinate dai depistaggi da parte di organismi dello Stato; tutte sono rimaste per molti anni senza spiegazioni ufficiali, senza colpevoli, senza esecutori, senza mandanti. Ancora oggi, quasi tutte sono senza colpevoli, esecutori, mandanti.

Leggi l’inchiesta integrale su FQMillenniuM in edicola

Gianni Barbacetto presenta il suo nuovo libro Piazza Fontana. Dove cominciò l’ultima guerra italiana (Garzanti libri) a Milano, il 5 novembre alle 18.30 alla Feltrinelli Duomo, insieme a Claudia Pinelli, figlia di Pino.

Sabato 9 novembre alle 17,45 l’autore sarà invece alla Casa della memoria di via Confalonieri 14, sempre a Milano, a discutere del libro con lo storico Giovanni Scirocco, dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

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