Cinquanta mila euro volati in Uruguay per far scarcerare Rocco Morabito, il boss detto “Tamunga” arrestato l’anno scorso al termine di una lunga latitanza e poi evaso a giugno dal carcere di Montevideo prima che venisse estradato in Italia. Ad occuparsene sarebbe stato Carmelo Aglioti, l’emissario in Sud America della cosca Bellocco, il quale non si limitava a fungere da intermediario nell’ambito dei traffici illeciti del clan, ma si prodigava anche per la risoluzione di questioni estremamente rilevanti come quella che interessò la cosca Morabito di Africo.

È quanto emerge dall’inchiesta “Magma” che venerdì ha stroncato la cosca Bellocco di Rosarno e le sue articolazioni nel centro e nord Italia. Tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare, infatti, ci sono Umberto Bellocco e i due omonimi Domenico Bellocco, di 43 e 39 anni. Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e del pm Francesco Ponzetta, complessivamente il gip ha arrestato 45 indagati, 36 in carcere e 9 ai domiciliari. Di questi, dagli accertamenti della Guardia di finanza, sono cinque i beneficiari del reddito di cittadinanza. Le accuse vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale di droga, detenzione di armi e rapina aggravata.

Dall’Argentina e dal Costarica, il gruppo criminale riusciva a importare con la tecnica del rip-off cocaina nascosta all’interno di borsoni che poi venivano occultati nei container. Prima però, i Bellocco inviavano i loro emissari in Sudamerica per visionare lo stupefacente e contrattare con i narcos al fine di poter organizzare gli aspetti logistici dell’importazione. In Argentina, la cosca di Rosarno aveva a disposizione alcuni “colletti bianchi” che non solo agevolavano la pianificazione del traffico di cocaina ma fornivano anche informazioni e atti giudiziari riservati riguardanti le indagini che nei confronti dei Bellocco erano state avviate dal Tribunale di Buenos Aires.

Uno di questi – secondo la ricostruzione investigativa – era Fabio Pompetti che riceveva i soldi dai calabresi per l’acquisto di cocaina e suggeriva agli altri indagati le modalità per importare la sostanza eludendo controlli doganali. Più accurati sono i controlli e più attenzione c’è da parte delle cosche. In un’intercettazione, infatti, due indagati spiegano come fare arrivare la cocaina: “A Gioia Tauro non arriva al porto, a Gioia Tauro viene buttata in mare. Hai capito? Viene buttata in mare prima del porto, con le cose… ci sono i pescatori là, i così… come si chiamavano, i pescherecci, e poi con una cosa, ti prendono e ti tirano”.

La Guardia di finanza ha ricostruito gli interessi del clan anche fuori dalla Calabria: in Lombardia attraverso l’arrestato Antonio Loprete e nel territorio di Nettuno e Anzio dove c’era Francesco Corrao in attesa che il rampollo della cosca, Umberto Bellocco finisse di scontare una pena nella casa lavoro di Vasto. Ed è proprio Corrao che, in un’intercettazione ha esposto la necessità di una funzione “mutualistica” e “sociale” della ‘ndrangheta: “Ricordati – sono le sue parole ascoltate dalla guardia di finanza – che uno buono, la deve fare una cosa di queste. Deve fare stare bene in giro! Ricordati che il popolo… il popolo”.

Soprattutto nel litorale romano, secondo gli inquirenti c’era una sorta di delocalizzazione, un radicamento stabile della cosca. Secondo il procuratore Bombardieri, i Bellocco “avevano ormai internazionalizzato le loro attività criminali grazie ad una forte capacità di relazione con altre cosche di ‘ndrangheta, come i Morabito e i Mollica di Africo, con cui avevano posto solide basi nell’area platense, tra Buenos Aires e Montevideo, da dove coordinavano l’acquisto e la spedizione di quintali di cocaina verso l’Italia e l’Europa”.

“I Bellocco – ha aggiunto il magistrato – avevano da tempo individuato aree intorno a Roma, in Toscana, nella Lombardia e in Veneto per insediare loro referenti in grado non solo di introdurre nella capitale ingenti quantità di cocaina, ma di avvicinare imprenditori disposti ad operare nel settore della raccolta e del trattamento dei rifiuti solidi urbani a Rosarno”. Per il procuratore aggiunto Gaetano Paci, l’interessamento degli arrestati per la scarcerazione di Rocco Morabito “è sintomatico della forza e dell’affidabilità dei Bellocco”.

L’inchiesta “Magma” è partita dal sequestro di cocaina che gli indagati avevano lanciato in mare dalla motonave “Hamburg Sud Rio de Janeiro”. Da lì è stato un puzzle ricostruito dai finanzieri. “Le attività investigative – ha concluso il colonnello Flavio Urbani, comandante provinciale delle fiamme gialle – hanno permesso il sequestro di 400 chilogrammi di cocaina, 30 chili di hashish, 15 di marijuana, un fucile d’assalto automatico, tre pistole automatiche, un silenziatore e munizioni di vario calibro”.

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