Un sistema inefficiente, tempi lunghi per l’approvazione dei progetti, complesse procedure di messa in gara dei lavori e poca comunicazione tra Stato e Regioni sono solo alcune delle cause che hanno impedito al nostro Paese di affrontare efficacemente il dissesto idrogeologico. Nonostante le misure adottate, i piani elaborati dai vari governi che si sono susseguiti negli ultimi anni e le risorse stanziate. Perché buona parte di quei fondi, pur se insufficienti a risolvere l’ordinaria emergenza in cui ci siamo cacciati, molto avrebbero potuto fare. Se solo fossero stati spesi. A denunciarlo è la Corte dei Corti, che il 31 ottobre 2019 ha pubblicato i risultati di un’indagine sul Fondo progettazione contro il dissesto 2016-2018, segnalando che le risorse effettivamente erogate alle Regioni dal 2017 alla fine del 2018 rappresentano solo il 19,9% dei 100 milioni di euro in dotazione al fondo in questione.

COSTA STANZIA ALTRI 361 MILIONI – Ecco perché non basta a rassicurare chi vive sulla sua pelle gli effetti del dissesto il fatto che il ministro dell’Ambiente Sergio Costa abbia trasmesso alla Presidenza del Consiglio il decreto per rendere immediatamente effettivo lo stanziamento di ulteriori 361 milioni di euro per 236 interventi sul territorio nazionale, che rientrano nel ‘Piano operativo sul dissesto idrogeologico per l’anno 2019’. Non basta perché, se non si interviene per rendere più efficiente il sistema, si rischia di ripetere gli stessi errori commessi in passato. E poco importa che il piano si chiami ‘Italia Sicura’ o ‘Proteggi Italia’. Non a caso la sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti si è riservata “di valutare, in sede di attuazione delle nuove misure, le azioni concrete che verranno realizzate e la loro efficacia e coerenza”. Ancora di più perché, dai dati ricevuti dal ministero dell’Ambiente, “si evidenzia che il Fondo progettazione rappresenta una quota minima rispetto all’entità complessiva delle risorse necessarie a realizzare le opere richieste”, ossia 2,4 miliardi di euro stimati al 23 dicembre 2018.

COSA È ANDATO STORTO – Per capire cosa sia mancato finora, bisogna fare qualche passo indietro a quando, nel 2014, il governo Renzi ha istituito ‘Italia Sicura’ che, d’intesa con il ministero dell’Ambiente, ha poi elaborato il Piano nazionale di opere e interventi e il Piano finanziario per la riduzione del rischio idrogeologico, presentato ufficialmente a maggio 2017 dal governo Gentiloni. Già la precedente programmazione 2000-2014, aveva riguardato 1.781 richieste di intervento in tutta Italia, stanziando 9,5 miliardi di euro, ma circa 2.260 milioni riguardavano interventi che, seppur finanziati, non erano mai stati avviati, principalmente a causa di problemi di ordine tecnico-burocratico e ai ritardi nelle progettazioni. A luglio 2015 il numero di richieste aveva già superato quota 7mila, per un valore di circa 22 miliardi.

Proprio con l’obiettivo di ridurre i ritardi è stato istituito, quello stesso anno, il Fondo per la progettazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, finanziato per 100 milioni di euro con la delibera Cipe 32/2015, quadro economico di riferimento per gli interventi relativi al dissesto. C’era quindi anche quel Fondo nel piano presentato dal governo Gentiloni. Quasi 10 miliardi di euro (9.986 milioni) ai tempi dello Sblocca Italia, contro un fabbisogno allora calcolato in 29 miliardi. Nel frattempo, infatti, a settembre 2017 le richieste di intervento delle Regioni erano ancora aumentate: 9.397 opere, per cui solo l’11% dei progetti erano esecutivi e pronti per gare e finanziamento. Tanto da spingere la stessa ‘Italia Sicura’ a giustificarsi: “Il vero ritardo, a dimostrazione di un lavoro di prevenzione mai realizzato finora, sta nelle progettazioni”.

EROGATO NEPPURE IL 20% DEI 100 MILIONI – Di fatto, come evidenziato nell’indagine della Corte dei Conti, le risorse effettivamente erogate alle Regioni dal 2017 e fino alla fine del 2018 rappresentano solo il 19,9% dei 100 milioni di euro in dotazione al fondo, “a testimonianza dell’inadeguatezza delle procedure – scrive la Corte – della debolezza delle strutture attuative degli interventi, dell’assenza di controlli e monitoraggi”. Tra l’altro, è stata erogata dal MATTM solo la prima tranche, pari a al 26%, dell’importo richiesto da ciascuna Regione “mentre non è stata erogata la seconda tranche, pari al 47%, non avendo nessuna Regione completato le progettazioni finanziate”. Solo a fine novembre 2017 il ministero dell’Ambiente ha approvato i primi decreti per interventi contro il dissesto idrogeologico del Fondo progettazione, assegnando circa 29 milioni di euro a sette regioni (Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Veneto, Puglia, Bolzano e Sardegna) e, a fine dicembre 2017, alla Regione Sicilia.

LE OSSERVAZIONI DELLA CORTE DEI CONTI – Secondo la Corte dei Conti, a rendere in larga parte inefficace l’intervento pubblico nazionale sono stati da un lato l’approccio emergenziale e, dall’altro, le riforme continue della governance, “le procedure lente di assegnazione delle risorse e altre vischiosità nei procedimenti”. Duro il giudizio sul lavoro di Italia Sicura: “Il Rapporto presentato si è configurato come una mera raccolta di richieste di progetti e di risorse, talvolta non omogenee, senza addivenire ad una vera e propria programmazione strategica del settore”. E se, nel 2014, il decreto Competitività aveva attribuito ai presidenti delle Regioni, in qualità di Commissari di governo, la responsabilità della realizzazione degli interventi, è proprio su questo che si sofferma più volte la Corte dei Conti.

“La scelta ripetuta nel tempo di affidare a gestioni commissariali le misure di contrasto al dissesto idrogeologico – si spiega nella relazione – dimostra la difficoltà delle amministrazioni nazionali e locali di incardinare l’attività di tutela e prevenzione nelle funzioni ordinarie delle Regioni e dei Comuni”, mentre il tema del contrasto al dissesto idrogeologico, strettamente legato alla sicurezza del territorio e dei cittadini, “dovrebbe rientrare tra le funzioni ordinarie svolte dalle amministrazioni locali” troppo spesso prive di capacità tecniche e amministrative per la gestione dei progetti e costrette a combattere contro una cronica carenza di risorse. Difficoltoso è stato anche l’inserimento nella banca dati BDU del Ministero dell’Economia dei dati relativi ai singoli interventi , tanto che la Corte dei Conti raccomanda “l’adozione di un sistema unitario di banca dati di gestione del fondo”. Senza parlare del sistema di controlli e monitoraggi del Fondo, “risultato carente e pressoché assente”.

VERSO IL FUTURO – Da qui il monito al Governo attuale che ha smantellato Italia Sicura, riconducendo al ministero dell’Ambiente tutte le competenze in materia di dissesto. Oggi, il piano del premier Giuseppe Conte si chiama ‘Proteggi Italia”: 10,853 miliardi di euro stanziati per il triennio 2019-2021, dei quali solo 3,1 miliardi resi subito disponibili per opere già cantierabili in 16 Regioni e nelle province autonome di Trento e Bolzano colpite dal maltempo nei mesi di ottobre e novembre 2018 e per le quali è stato decretato lo stato di emergenza. A luglio 2019, il ministro Costa ha però firmato il Piano Stralcio che stanzia solo 315 milioni di euro e che prevede 263 interventi. Non basteranno a risolvere tutto, ma molto si potrà fare se queste risorse verranno spese.

Per quanto riguarda lo stanziamento ulteriore di 361 milioni, il piano trova la necessaria copertura nelle risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione 2014-2020 deliberate dal CIPE a favore del Piano Operativo ‘Ambiente’. I fondi verranno erogati in via diretta, senza la stipula di successivi accordi di programma. E tutto il resto? Quei progetti il cui iter è ancora in corso? Proprio per accelerare la cantierizzazione dei progetti è stata creata la cabina di regia ‘Strategia Italia’. Nei giorni scorsi, sono stati approvati progetti esecutivi per un totale di 25 milioni di euro (potrebbero presto salire a 38), che fanno parte del piano stralcio 2019 di opere di manutenzione ordinaria e straordinaria e che riguardano, in modo particolare, il dissesto degli argini dei fiumi. Sul fronte della velocizzazione delle opere, dovrebbe intervenire il ddl Cantiere ambiente, incardinato in Senato, per il quale lo stesso il ministro Costa ha di recente sollecitato l’approvazione in via prioritaria.

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