In Italia riparare i danni del rischio idrogeologico ci costa quattro volte di più rispetto a prevenirli. Secondo i dati Ispra dal 1998 al 2018 il nostro Paese ha speso circa 20 miliardi di euro per rimediare agli effetti del dissesto (un miliardo all’anno in media, considerando che dal 1944 ad oggi sono stati spesi 75 miliardi di euro) a fronte di 5,6 miliardi di euro investiti in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione (circa 300 milioni l’anno). Un rapporto di quattro a uno. E, questo, è ancora più vero nei centri urbani, le aree più a rischio per le conseguenze dei cambiamenti climatici. Perché è lì che vive la maggior parte della popolazione e perché è lì che piogge, trombe d’aria e ondate di calore assumono ormai proporzioni crescenti e destinate ad aumentare, insieme alle stime dei danni. In Italia è emergenza città: Roma, Milano, Genova, Napoli, Palermo, Catania, Bari, Reggio Calabria e Torino nel corso degli ultimi dieci anni hanno subìto il maggior numero di eventi estremi che le hanno, in un modo o nell’altro, messe in ginocchio. E proprio le aree urbane sono al centro del rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente sull’impatto dei mutamenti climatici in Italia, dossier presentato a Roma e intitolato ‘Il clima è già cambiato’, come purtroppo dimostrano le inondazioni dei giorni scorsi a Venezia, Matera e Pisa e gli eventi meteorologici estremi che si sono abbattuti su molti territori e che colpiscono la penisola con sempre maggiore frequenza. Tutto accade nell’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima.

I DATI SUI DANNI – Secondo l’Osservatorio di Legambiente Cittàclima (realizzato in collaborazione con il Gruppo Unipol), che raccoglie e mappa le informazioni sui danni provocati in Italia dai fenomeni climatici, dal 2010 ad oggi, sono 563 gli eventi registrati sulla mappa del rischio climatico, con 350 Comuni in cui ci sono stati impatti rilevanti. Chi vive nelle aree urbane conosce bene questa situazione, visto che negli ultimi 9 anni sono stati 73 i giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 72 i giorni di black-out elettrici dovuti al maltempo. Nel 2018, il nostro Paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati, numeri di molto superiori rispetto alla media calcolata negli ultimi cinque anni. Nelle aree urbane italiane, dal 2010 a oggi, sono avvenuti 211 casi di allagamenti da piogge intense e 75 esondazioni fluviali. Clamoroso l’esempio di Roma dove, dal 2010 a ottobre 2019, si sono verificati 33 eventi estremi, 19 dei quali legati ad allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è quello di Milano, con 25 eventi estremi totali (almeno 18 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro negli ultimi 9 anni). Segue Genova con 14 episodi, tra cui gravi alluvioni ed interruzioni delle infrastrutture a cui hanno contribuito tre frane, poi Napoli e Palermo con 12 eventi. La rilevanza dei danni dipende anche dal modo il territorio è stato trasformato, riducendo la capacità di reagire a questi fenomeni. Dal 2014 al 2018 le sole inondazioni hanno provocato in Italia la morte di 68 persone.

L’INNALZAMENTO DEI MARI – Tra le preoccupazioni per le città italiane, c’è anche quella legata all’innalzamento del livello dei mari. Secondo le elaborazioni di Enea, sono 40 le aree a maggior rischio, fra cui città come Venezia, dove i fatti di questi giorni parlano da soli, Trieste, Ravenna, la foce del Pescara, il golfo di Taranto, La Spezia, Cagliari, Oristano, Trapani, Marsala, Gioia Tauro. D’altronde, secondo un’indagine di Climate Central pubblicata sulla rivista Nature, se i ghiacciai continueranno a sciogliersi al ritmo attuale, 300 milioni di persone che vivono in aree costiere saranno sommerse dall’oceano almeno una volta l’anno entro il 2050, anche se le barriere fisiche che erigono contro il mare saranno potenziate. In relazione ai rischi per la laguna di Venezia, un recente studio mette in correlazione le proiezioni climatiche per i prossimi anni con i dati dei movimenti della superficie terrestre lungo alcune coste del Mediterraneo e prende in considerazione gli effetti della subsidenza, il movimento verso il basso del suolo. Per la laguna è stato evidenziato come la subsidenza, in questo caso legata in buona parte alle attività umane, acceleri l’effetto dell’aumento del livello marino: nel 2100 il livello medio del mare sarà più alto rispetto ad oggi tra i 60 e gli 82 cm, con conseguenze catastrofiche.

LE ONDATE DI CALORE – Una delle prime conseguenze del cambiamento climatico è l’aumento della temperatura. Nelle nostre città la temperatura media cresce a ritmi maggiori rispetto al resto del Paese. Un fenomeno che riguarda tutte le città, con picchi a Milano con +1,5 gradi, a Bari (+1) e Bologna (+0,9) a fronte di una media nazionale delle aree urbane di +0,8 gradi centigradi nel periodo 2001-2018 rispetto alla media del periodo 1971-2000. Insieme alle temperature, aumentano le ondate di calore, principale fattore di rischio con rilevanti conseguenze sulla salute delle persone. Uno studio epidemiologico realizzato su 21 città italiane ha evidenziato l’incremento percentuale della mortalità giornaliera associata alle ondate di calore con 23.880 morti tra il 2005 e il 2016. Secondo una ricerca del progetto Copernicus european health su 9 città europee, nel periodo 2021-2050 vi sarà un incremento medio dei giorni di ondate di calore tra il 370 e il 400%, con un ulteriore aumento nel periodo 2050-2080 fino al 1100%. Questo porterà, ad esempio, a Roma da 2 a 28 giorni di ondate di calore in media all’anno. La conseguenza sul numero di decessi legati alle ondate di calore sarà molto rilevante: da una media di 18 si passerebbe a 47-85 al 2050 e a 135-388 al 2080.

L’ACCESSO ALL’ACQUA – È un altro tema rilevante che, in una prospettiva di lunghi periodi di siccità, rischia di diventare sempre più difficile da garantire. La situazione nel nostro Paese è già complicata, in particolare al Sud, per quanto riguarda la qualità del servizio idrico e nel 2017, nei quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere) le portate medie annue hanno registrato una riduzione media complessiva del 39,6% rispetto alla media del trentennio 1981-2010.

MANCA UN PIANO DI ADATTAMENTO AL CLIMA – “Abbiamo bisogno di un salto di scala nell’analisi e nelle politiche” dichiara il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini. Nonostante tutti questi rischi, infatti, l’Italia non ha ancora un piano di adattamento al clima, che permetterebbe di individuare le priorità di intervento. Nel 2014 è stata approvata la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici ma, per darle attuazione, avrebbe dovuto essere approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, che tuttora manca. Legambiente chiede di approvarlo quanto prima e di fermare le costruzioni in aree a rischio idrogeologico. Perché dai dati del Rapporto Ecosistema Rischio di Legambiente si conferma che i Comuni continuano a realizzare “tombamenti” di corsi d’acqua e a dare il via libera a edificazioni in aree a rischio.

PREVENZIONE E RIPARAZIONE, QUESTIONE DI COSTI – Dal 1998 al 2018 l’Italia ha speso, secondo dati Ispra, circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all’anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi per ‘riparare’ i danni del dissesto secondo dati del CNR e della Protezione civile (un miliardo all’anno in media, considerando che dal 1944 ad oggi sono stati spesi 75 miliardi di euro). Il rapporto tra prevenzione e riparazione è insomma di uno a quattro. Ad agosto 2019 è stato approvato il Piano stralcio 2019 che individua e finanzia le opere immediatamente cantierabili nell’anno, scelte in base agli elenchi forniti in conferenza dei servizi dalle Regioni interessate. “Il Piano – sottolinea Legambiente – ancora non è riuscito a uscire della logica di una visione puntuale ed emergenziale del problema”. Non viene mai menzionata, inoltre, la necessità che gli interventi di mitigazione del rischio vengano rivisti (specialmente se vecchi) in funzione del cambiamento climatico e degli effetti che si manifestano sui territori.

LE CONSEGUENZE DELL’IMMOBILITÀ – Anche il non intervento per fermare gli impatti del clima è una scelta. Secondo alcune stime, se l’Accordo di Parigi non sarà rispettato, in Italia i danni economici potrebbero far calare del 7% il Pil pro-capite. Mentre in Russia potrebbe scendere dell’8,93%, negli Usa del 10,52% e in Canada circa del 13%. A livello europeo, le conseguenze degli impatti climatici rischiano di essere drammatiche: senza azioni di adattamento, le ondate di calore potrebbero provocare entro la fine del secolo circa 200mila morti all’anno nella sola Europa, mentre i costi delle alluvioni fluviali potrebbero superare i 10 miliardi di euro all’anno.

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