Frane, allagamenti e mareggiate, famiglie evacuate, trasporti interrotti, torrenti esondati. E il linguaggio delle allerte da interpretare, prima con i numeri e poi con i colori, da giallo a rosso. Ogni anno tra ottobre e dicembre la Liguria si riscopre ostaggio del meteo: l’ultima offensiva del maltempo martedì 19 novembre, con un tratto di strada che ha ceduto a Genova, una corsia dell’A12 chiusa al traffico per l’intera mattina e il livello di rivi e torrenti sotto monitoraggio costante. Ma già nel weekend tra l’1 e il 3 novembre due corsi d’acqua, il Petronio e il Vara, erano fuoriusciti dagli argini per la pioggia intensa, e il 21 ottobre l’allerta rossa – quella di massimo grado – aveva paralizzato il capoluogo, con scuole chiuse, eventi pubblici rimandati e abitanti delle zone a rischio evacuati in via precauzionale. Da queste parti ogni nuova stagione delle piogge fa paura, e nelle annate peggiori ci sono stati anche morti e feriti. Ma c’è un motivo per tutto ciò, e certamente va cercato nella particolarità del territorio ligure, formidabile amplificatore della forza distruttiva delle alluvioni. Una sorta di enorme cassa di risonanza dovuta a fattori geografici, geologici e climatici. Ma soprattutto è riconducibile all’incuria della politica, che per decenni ha sottovalutato il problema, permettendo di costruire anche là dove si sarebbe dovuto lasciare spazio al corso di torrenti e rivi. Un “debito ambientale” – così lo chiama Alfonso Bellini, geologo e consulente della procura di Genova – che ci vorranno secoli per ripagare.

L’incontro tra venti caldi e montagne – Un ruolo importante lo gioca la posizione geografica della Liguria, arco costiero largo pochi chilometri costretto tra le montagne e il mare, su cui le correnti marittime calde e umide, provenienti da sud, incontrano la barriera dell’Appennino. “Scirocco e libeccio accumulano notevole umidità sorvolando il Tirreno, soprattutto se le temperature sono più alte della media autunnale, come in questi giorni”, spiega a ilfattoquotidiano.it Federico Grasso di Arpal, l’agenzia per la protezione ambientale ligure. “Una volta arrivate da noi, le correnti trovano ostacolo nei monti, che le obbligano ad alzarsi di quota, raffreddarsi, condensare e precipitare. Così nascono i temporali a cui siamo abituati: forti, organizzati e stazionari, capaci di riversare anche 500 millimetri d’acqua in poche ore sullo stesso punto”. E con il riscaldamento globale il quadro è destinato a peggiorare, perché l’umidità accumulata e poi scaricata in forma di pioggia sarà sempre di più: “Gli studi dicono che entro il 2050 gli eventi alluvionali in autunno in Liguria sono destinati ad aumentare fino al 30%”, dice Grasso.

Torrenti brevi e scoscesi – Un’altra particolarità della Liguria riguarda i suoi corsi d’acqua: proprio per la vicinanza tra le montagne e il mare, si tratta quasi sempre di fiumiciattoli, rivi e torrenti di piccole dimensioni, dal percorso molto breve e con un bacino idrografico (la superficie di raccolta dell’acqua) estremamente ridotto. Così, in caso di forti piogge concentrate in un’area ridotta, bastano pochi minuti per superare la portata massima del corso e farlo esondare. È successo il 3 novembre con il torrente Petronio a Sestri Levante, ma negli anni passati, a Genova, sono usciti dagli argini anche il Fereggiano, lo Sturla e il Chiaravagna, quest’ultimo lungo, da sorgente a foce, appena 3,3 chilometri.

La cementificazione selvaggia – Ai fattori di rischio naturali, però, si è aggiunta nel corso degli anni una spietata e invasiva cementificazione delle zone a rischio, che ha avuto l’effetto di rendere il territorio ligure geologicamente fragile, soggetto a frane e smottamenti. Lo sa bene Alfonso Bellini, geologo e docente universitario, esperto di dissesto idrogeologico e consulente della procura di Genova nei processi seguiti alle alluvioni del 2011 e del 2014. “I corsi d’acqua chiedono solo di fare ciò per cui esistono in natura: scorrere liberi verso il mare. Invece in Liguria, per decenni, abbiamo martirizzato il territorio restringendo gli argini, costruendo a due passi dai rivi e soffocando i torrenti con le tombinature, trascurando le conseguenze. Non siamo stati capaci di coniugare l’urbanizzazione con le esigenze della natura. E così abbiamo accumulato un enorme debito ambientale che adesso stiamo pagando”, dice.

Le opere da completare – Caso emblematico è il Bisagno, il maggiore torrente genovese: coperto nel tratto finale durante il fascismo, con riduzione della larghezza di 48 metri, ha presentato il conto molti anni dopo, con le esondazioni del 1970, nel 2011 e nel 2014 e le loro decine di morti. Ed è dal 1970, appunto, che si parla di realizzare una galleria-scolmatore del torrente, per intercettare una parte della piena durante le alluvioni: pochi giorni fa è stata bandita la gara per l’affidamento dei lavori, che nella migliore delle ipotesi non termineranno prima del 2023. Per ora l’unica opera anti-alluvione ad aver visto la luce è lo scolmatore del rio Fereggiano, esondato durante l’alluvione del 2011. All’appello mancano anche lavori già finanziati con risorse del Comune, come quelli per la sistemazione del rio Vernazza (stanziati 8 milioni), per il completamento dei lavori sul torrente Sturla (5,19 milioni), e sul tratto finale del Chiaravagna (12.7 milioni). Più una serie di altre opere appena approvate dalla Regione nel piano triennale per la difesa del suolo, ma per adesso solo sulla carta. “Può darsi che i finanziamenti non siano all’altezza, ma in generale non vedo una grande sensibilità al problema”, denuncia Bellini. “Si continua a rimandare, come se il problema non fosse urgente. Ma fino adesso le contromisure messe in campo sono del tutto insufficienti. Se ricapitassero eventi alluvionali come quelli di pochi anni fa, è probabile che le conseguenze sarebbero le stesse”.

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