A un anno e mezzo dal ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul programma nucleare di Teheran (Jcpoa), l’Iran del presidente Hassan Rohani ha sfidato la comunità internazionale avviando la “quarta fase” del disimpegno al patto sul suo programma nucleare e lanciato un nuovo ultimatum di due mesi ai partner al termine dei quale Teheran ha preannunciato un ulteriore riduzione degli impegni.

Nell’accordo, sottoscritto nel 2015 con Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione europea, l’Iran aveva promesso di non acquisire mai la bomba atomica e limitare drasticamente le sue attività nucleari in cambio della revoca delle sanzioni internazionali che hanno soffocato la sua economia. Poi però l’uscita dal patto degli Stati Uniti aveva cambiato le carte in gioco. Ora la “quarta fase”, come riferisce l’agenzia ufficiale Irna, apre la fase sperimentale delle operazioni di nuove centrifughe (uno degli elementi di discordia nel negoziato) e una produzione di uranio arricchito a 5 kg al giorno: “Nel corso degli ultimi 60 giorni di ultimatum ai partner Ue, l’Iran ha aumentato di circa dieci volte, portandola a 5mila grammi, la sua produzione quotidiana di uranio”, ha annunciato il capo dell’organizzazione per l’energia atomica di Teheran, Ali Akbar Salehi.

L’ultimo step sul disimpegno iraniano arriva durante l’anniversario dei quarant’anni dall’assalto all’ambasciata Usa a Teheran dove furono presi in ostaggio 50 americani per 444 giorni. Oggi, 4 novembre, gli Usa impongono nuove sanzioni contro l’Iran: il Tesoro ha inserito nella lista nera nove membri dell’entourage della Guida Suprema, Ali Khamenei, che occupano posti in varie istituzioni chiave. “Questa misura riduce ulteriormente la capacità della Guida Suprema di mettere in opera la sua politica del terrore e di oppressione“, ha dichiarato il segretario al tesoro Steven Mnuchin.

“Il regime iraniano – si legge in una nota dalla Casa Bianca – continua a prendere di mira civili innocenti per usarli come pedine nelle sue fallite relazioni straniere. Finché l’Iran non cambia questo e altri suo comportamenti ostili, noi continueremo a imporre sanzioni paralizzanti“. E conclude: “Il regime iraniano ha una scelta. Invece di essere lo Stato leader mondiale come sponsor del terrorismo può mettere al primo posto il popolo iraniano. Può scegliere la pace anziché la presa di ostaggi, gli omicidi, i sabotaggi, i dirottamenti marittimi e gli attacchi ai mercati petroliferi globali. Gli Usa cercano la pace, noi sosteniamo il popolo iraniano. È tempo per il regime iraniano di fare lo stesso”.

Rohani aveva annunciato la “prima fase” di riduzione degli impegni previsti dal Jcpoa l’8 maggio di quest’anno: giorno in cui l’Iran ha deciso di non cedere all’estero l’eccedenza di 300 chilogrammi di uranio arricchito al 3,67%, limite fissato dall’accordo internazionale, e di 130 tonnellate di acqua pesante. Non solo: Rohani ha minacciato di ripristinare le attività del reattore di Arak a livello pre-Jcpoa, concedendo 60 giorni ai Paesi rimasti nell’intesa per garantire all’Iran il dividendo economico previsto dall’accordo, dicendosi pronto a tornare sui propri passi in caso di risposte sull’export di petrolio e sulle transazioni bancarie, ma minacciando allo stesso tempo nuovi provvedimenti. L’ultimatum è poi scaduto il 7 luglio, data in cui Theran ha ricominciato ad arricchire l’uranio come risposta al ritiro degli Stati Uniti dal patto e alla reintegrazione delle sanzioni nei suoi confronti da parte di Washington. Si apre così la “seconda fase“. La “terza fase” è solo questione di due mesi: il 6 settembre Teheran ha annunciato di abbandonare “ogni limite alla ricerca e allo sviluppo”.

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