La mattina del 22 ottobre 2009, all’ospedale Pertini moriva Stefano Cucchi. Era ricoverato nel reparto di medicina protetta. Venne trovato morto nel suo letto alle 6 del mattino, al cambio turno degli infermieri. Un decesso subito qualificato per cause naturali. Un povero tossicodipendente in meno di cui non sarebbe importato a nessuno. Uno dei tanti ultimi che era finito lì dopo essere passato da un’aula del tribunale di Roma “tra gli arrestati della notte”.

Un fantasma per tutti, perché nessuno ci fece caso o si preoccupò per le sue condizioni fisiche che raccontavano di un feroce pestaggio che aveva subito dopo il suo arresto, avvenuto 5 giorni prima. Nessuno avrebbe potuto prevedere la nascita e l’esplosione di un caso giudiziario che ancora oggi occupa le prime pagine di tutti i quotidiani e le aperture dei telegiornali. Quello che in tanti definiscono il processo del secolo.

Sino ad ora sono 13 gradi di giudizio, distribuiti tra quattro procedimenti. E non è finita. Centinaia di faldoni, decine e decine di migliaia di atti che raccontano una storia di tortura, di diritti negati, di depistaggi reiterati nel tempo. La verità su questa morte non si sarebbe mai dovuta conoscere, costasse quel che costasse. Anche se quel povero ragazzo era un signor nessuno. Non avevano fatto i conti con la sorella. Una normale ragazza piccolo borghese ma con una ben salda fede in Dio e nello Stato. Non avevano fatto i conti con la sua eccezionale determinazione, con il suo coraggio: Ilaria Cucchi.

L’altra sera Fabio Fazio mi ha rivolto la più naturale ma anche la più intelligente delle domande che oggi mi si possano fare: “Non era meglio e più semplice dire subito la verità? Raccontare quel che veramente era accaduto? Perché non è stato fatto secondo te?”. A queste domande si può rispondere in tanti modi, facendo politica, parlando del diritto, scomodando persino la sociologia.

Ma la risposta più semplice e immediata, quella che ritengo la più vera, sta nel principio fondante il nostro sistema Giustizia: la legge è uguale per tutti e tutti sono uguali di fronte ad essa. Così deve essere ma così, purtroppo, sempre più spesso non è. Tant’è che molti, nel bene e nel male, non vi credono più, lasciando spazi sempre più ampi al cinismo e all’arroganza del fai da te. Così si finisce per perdere il senso dello Stato, quello vero e nobile del senso di appartenenza a esso. Ecco allora che ci si rifugia in quel pericolosissimo e disgraziato spirito di corpo dietro al quale si camuffa, talvolta, la cultura della sopraffazione sui deboli. Su coloro che non sono in grado di far valere i propri diritti.

In fin dei conti, per arrivare a conoscere la verità sulla morte di Stefano Cucchi è stato sufficiente che se ne occupassero due magistrati onesti e capaci come Giuseppe Pignatone e Giovanni Musarò. È stato sufficiente lasciar lavorare la Squadra Mobile di Roma con la collaborazione di valenti ufficiali della stessa arma dei Carabinieri. Chiediamoci tutti allora il perché tutto questo non debba essere la regola ma, purtroppo, spesso costituisca un’eccezione. Se fosse stata la regola anche allora, non sarebbe mai esistito un caso Cucchi.

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