Doveva essere solo la storia di un tossico: un drogato, uno dei tanti, di quelli che prima o dopo si cacciano sempre nei guai. E chissà in quali guai si era cacciato Cucchi Stefano, di anni 31, un metro e 68 di altezza, 52 chili di peso, 28 grammi di sostanza stupefacente addosso: era hashish, fumo, come lo chiama qualsiasi ragazzetto di periferia. Ad ammazzarlo in carcere, invece, è stata la malnutrizione, dicevano i giudici, solo che i medici non se n’erano accorti. Anzi no: era poco idratato, aveva l’epilessia, la celiachia. E poi ricordiamoci che era un tossicodipendente: servono altri motivi per crepare in carcere? No, non servono. Non dovevano servire: Cucchi Stefano doveva essere solo uno dei tanti morti di galera. E basta.

I motivi della morte – E invece no: non era vero niente. Stefano Cucchi è morto per un motivo preciso: lo hanno pestato, picchiato perché non voleva che gli prendessero le impronte digitali. Prima a schiaffi, poi a spintoni, quindi a pedate nel culo. E quand’era a terra pure a calci in faccia. Detta con il linguaggio di un medico, il perito Francesco Introna, è andata così: “Se Cucchi non avesse avuto la frattura della vertebra S4 la morte non sarebbe occorsa“. Spiegata in termini più semplici, dal pm Giovanni Musarò, Cucchi si è fratturato la vertebra perché è caduto a terra, sul pavimento della stanza del fotosegnalamento della caserma Appio Claudio. Ed è caduto a terra dopo essere stato menato di brutto, come dicono a Roma: “Le lesioni più gravi – dice sempre il pm – sono state prodotte dalla caduta di Cucchi, dopo un violentissimo pestaggio. Quella caduta gli è costata la vita”. A farlo cadere non è stato il pavimento difettoso e neanche un tossico detenuto con lui: sono stati due carabinieri. Per anni sono stati fantasmi senza nome né volto: oggi sono seduti sul banco degli imputati.

Dieci anni senza verità – Solo che per saperlo ci sono voluti tremilaseicentocinquantadue giorni, otto processi, nove se si conta quello che deve ancora cominciare, decine e decine di appelli a testimoni che sapevano ma non parlavano, due militari che dopo anni hanno deciso di raccontare quello che avevano visto e sentito. Persino l’Arma oggi ha deciso di costituirsi parte civile contro i “carabinieri infedeli” – la citazione è sempre del pm Musarò – accusati di aver macchiato la divisa: prima hanno picchiato Cucchi, poi alcuni loro colleghi hanno fatto in modo che la verità su quella morte non emergesse mai. Ma ancora: non è vero niente di tutto questo, non fino ad oggi almeno. Dieci anni dopo non esiste una sentenza, neanche di primo grado, che metta nero su bianco i veri motivi della morte del giovane fermato in via Lemonia il 15 ottobre del 2009. Quella stessa notte comincia uno “scientifico depistaggio“, come lo ha definito Musarò, l’ennesimo magistrato a occuparsi del caso Cucchi, il primo a non trattarlo come la morte accidentale di un tossico malnutrito.

Il muro di omertà – Per arrivare alle inchieste di Musarò c’è voluta tutta dedizione di Ilaria, la sorella di Stefano che in dieci anni non ha mai smesso di chiedere giustizia: ha cominciato nell’ottobre di dieci anni fa, quando mostrò in pubblico le fotografie del cadavere di suo fratello. Era il 29 ottobre quando il Fatto Quotidiano pubblicò per la prima volta le immagini di quel cadavere evidentemente sottopeso, con gli occhi tumefatti e gli zigomi troppo sporgenti: da quel momento la storia del tossico morto è svanita a poco a poco. Sostituita gradualmente da un puzzle complesso in cui piano piano ogni tessera prendeva il suo posto. Un percorso lungo e complicato che passa dai processi infiniti ai medici, agli infermieri e agli agenti penitenziari. E che inizia a prendere forma quando il carabiniere Riccardo Casamassima va da Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Cucchi, per raccontare quello che aveva sentito in caserma nei giorni successivi all’arresto del giovane: “È successo un casino ragazzi, hanno massacrato di botte un arrestato”, disse un suo superiore, il maresciallo Roberto Mandolini, anche lui oggi a giudizio.

“Morto di fame”- È la prima crepa in un muro d’omertà che crolla definitivamente nell’ottobre del 2018. Questa volta a parlare è un testimone oculare del pestaggio: è un carabiniere ed è uno degli imputati del processo bis. Si chiama bis perché prima sono finiti alla sbarra sei medici e tre infermieri dell’ospedale Pertini, dove Cucchi morì, e tre agenti della polizia penitenziaria: sono stati tutti assolti tranne cinque camici bianchi che dopo due annullamenti della Cassazione aspettano un nuovo verdetto della Corte d’appello. Il reato di omicidio colposo, però, si è prescritto da mesi. E in ogni caso appaiono decisamente superate dagli eventi le prime sentenze emesse dei giudici sulla morte di Cucchi. Secondo loro Stefano è deceduto per “insufficiente alimentazione e idratazione iniziata prima dell’arresto alla quale devono aggiungersi le patologie da cui era affetto (epilessia, tossicodipendenza e riferito morbo celiaco), lo stress per i dolori delle lesioni lombo-sacrali e un ‘quasi’ digiuno di protesta”.

Pestaggio in divisa – Cucchi Stefano è davvero morto per “insufficiente alimentazione” iniziata “prima dell’arresto”? Secondo il pm Musarò no, non è andata così. “Il primo processo Cucchi fu kafkiano, ci fu un depistaggio scientifico, a 360 gradi, che noi abbiamo ricostruito e dimostrato”, ha detto il magistrato dopo aver messo a verbale la testimonianza di un suo imputato: si chiama Francesco Tedesco, fa il carabiniere ed era lì la notte tra il 15 e 16 ottobre del 2009, quando Cucchi rifiutò di farsi prendere le impronte. A picchiarlo – racconta lui – furono due suoi colleghi: Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, sui quali pende una richiesta di condanna a 18 anni di carcere. “Cucchi fu vittima un pestaggio violento e repentino, roba da teppisti da stadio. Fu un’aggressione vile, non è che sono stati sfortunati in quella circostanza. Se la sono presa con una persona sottopeso che consideravano un drogato”, è una parte della requisitoria del pm. Un atto d’accusa che spiega anche perché la verità sul caso Cucchi tarda ad arrivare da dieci anni: “Non è stato frutto di sciatteria, ma di uno scientifico depistaggio. Non possiamo fare finta di non capire che sia stato così perché si stava giocando un’altra partita, una partita truccata all’insaputa di tutti”.

L’Arma parte civile per i depistaggi – Nella storia di Cucchi, ha ricostruito il pm, i depistaggi hanno raggiunto “picchi inimmaginabili, da film dell’orrore”. Per questo motivo a novembre si aprirà un nuovo processo, il nono: alla sbarra otto alti ufficiali dei carabinieri, compreso Alessandro Casarsa, già comandante dei Corazzieri del Quirinale. La catena di omissioni sfiora anche uomini che occupavano posti ai vertici dello Stato. Il cuore delle Istituzioni che però, a un certo punto, ha fatto una scelta di campo, come ha spiegato sempre la pubblica accusa nella sua requisitoria: “Questo non è un processo all’Arma ma a cinque carabinieri traditori, l’Arma è con noi”. Già perché nel frattempo l’Arma dei carabinieri si è costituita parte civile nel processo sui depistaggi: adesso sembra che pure lo Stato voglia capire come è morto Stefano Cucchi. Sono passati dieci anni e non c’è ancora una sentenza definitiva. Ma la storia di Stefano non è quella di un tossico morto di galera. In galera, semmai, doveva morire.

Twitter: @pipitone87

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