La Catalogna non si ferma. Continuano le proteste per le condanne di 12 leader indipendentisti: feriti, arresti e quasi 50 voli sospesi (lunedì 14 ottobre sono stati 110) hanno segnato il secondo giorno di manifestazioni in tutta la regione spagnola. Martedì si sono contati 131 feriti tra i manifestanti e 40 tra gli agenti. Migliaia di persone si sono riunite di fronte alle sedi di rappresentanza del governo spagnolo, sia a Barcellona che a Girona, e hanno tentato di entrare: l’area è stata completamente circondata dai Mossos d’Esquadra, la polizia locale, che ha caricato i dimostranti. Due persone sono state arrestate. Nei prossimi giorni la tensione resterà alta: i manifestanti pianificano marce e proteste da cinque città catalane verso Barcellona, dove si raduneranno venerdì, giorno in cui i sindacati hanno indetto uno sciopero generale. In contemporanea gli studenti manfesteranno a Madrid.

“Eserciteremo di nuovo il nostro diritto all’autodeterminazione“, ha minacciato il presidente della Generalitat de Catalunya, Quim Torra. Che, tra l’altro, è al centro di un paradosso: mentre lui invita alla disobbedienza civile, il suo governo è anche responsabile della polizia regionale incaricata di controllare le dimostrazioni. Questa “contraddizione” è “una delle difficoltà di questo processo”, ha detto. Parole ancora più esplicite sulle intenzioni dei manifestanti catalani sono arrivate dal presidente del Parlamento catalano Roger Torrent, che ha invocato apertamente “un nuovo referendum” sull’indipendenza della Catalogna e chiesto un’amnistia per i separatisti condannati. Torra e Torrent, insieme, hanno reso omaggio alla tomba di Lluís Companys, il presidente della Generalitat de Catalunya dal 1934 e durante la Guerra civile spagnola, fatto fucilare dal dittatore spagnolo Francisco Franco nel 1940.

Da Madrid, il capo del governo ad interim Pedro Sanchez chiude le porte alle richieste dei leader catalani, sottolineando “il rispetto assoluto e la conformità dell’esecutivo alla sentenza” emessa dalla Corte suprema spagnola. Netto anche il commento del ministro degli esteri spagnolo, Josep Borrell, che ha ribadito “l’indivisibilità” della Spagna. Da cittadino catalano, il prossimo Alto Rappresentante dell’Ue ha poi stigmatizzato l’”atteggiamento totalitario” dei separatisti che, a suo parere, “escludono parte della popolazione che non la pensa come loro”. Il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, ha inoltre annunciato l’apertura di un’inchiesta per capire chi ci sia alla base di ‘Tsunami Democratic’, la piattaforma di comunicazione che sta animando le proteste e che ha coordinato i dimostranti – secondo il ministero erano 10 mila – all’aeroporto di all’aeroporto di El Prat, a Barcellona. Per la stessa piattaforma, tra l’altro, ha prestato il volto anche Pep Guardiola, l’allenatore del Manchester City. Sui social, intanto, si diffondeva lo slogan ‘trasformiamo la Catalogna in Hong Kong’, alludendo alle proteste pro-democrazia che scuotono la metropoli asiatica.

Anche Bruxelles non è mancata all’appello: in scena, di nuovo, la protesta dei separatisti catalani guidati dall’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, sul cui capo pende ora un nuovo mandato di arresto internazionale. “Non si tratta di un problema catalano o spagnolo, questo è un problema che ci riguarda tutti”, ha affermato Puigdemont, chiedendo aiuto “a nome di tutti i perseguitati”.

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