Non è solo una festa: troppe le aspettative e troppe le attese. Neppure chiamarla convention è adeguato: il M5s sarà anche diventato un partito, ma ha conservato questo come unico rito che lo differenzia davvero da tutti gli altri. Italia 5 stelle, il raduno annuale dei grillini, è la piazza che fotografa lo stato di salute del Movimento. E quest’anno, che le candeline da spegnere sono dieci, attivisti e parlamentari si presentano con le occhiaie profonde di chi ha affrontato le montagne russe e non sa cosa ci sarà alla prossima curva. Siamo a Napoli, Mostra d’Oltremare. A dare il benvenuto c’è uno striscione blu a stelle gialle e tre parole che, stampate in bella mostra, fanno a eco a battaglie delle origini: “Ambiente, innovazione e futuro”. Si cammina un po’ e compare un giardino con il cartello “pianta un albero”, una delle poche iniziative a cui ha sempre partecipato Gianroberto Casaleggio. Poco distante, spunta una galleria di manifesti con le tappe fondamentali della storia M5s: è come un album di famiglia vivente e penzolano foto di Beppe Grillo dappertutto. Lui con gli occhialini mentre attraversa a nuoto lo stretto di Messina, lui in piazza a chiedere un Parlamento senza condannati. Poi ci sono gli stand, uno per regione, e le agorà, dove parlano i ministri, piazzate in mezzo alla folla. In fondo l’arena, questa sì con un palco ufficiale, da dove interverranno in serata i leader del Movimento: Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Giuseppe Conte, Roberto Fico e Davide Casaleggio. Non uno di più: mai una scaletta è stata così breve. Manca Alessandro Di Battista: è in rotta con il Movimento da settimane per la decisione di andare al governo con il Pd, ma ritiene questa casa sua e se non si presenta è per un problema di famiglia molto grave.

Italia 5 stelle come un recall collettivo e le accuse a Di Maio – Quella di Di Battista non è la sola casella destinata a restare vuota: il M5s compie 10 anni, lo fa in un clima molto difficile e il problema sarà tenere alto l’umore, o almeno mascherarlo bene davanti alle telecamere. Lo sa bene Grillo che, alla faccia di tutte le previsioni, si è presentato un giorno in anticipo e ieri sera, da buon garante, scorrazzava con la macchinina elettrica della security e scherzava con i ragazzi dello staff. Non è detto però che questa volta basti l’intervento di Grillo. Gli attivisti vengono a Napoli anche per capire la situazione: prendono aerei, bus e treni per partecipare a quello che è un vero e proprio faccia a faccia, una sorta di “recall” collettivo, durante il quale pretendono risposte da chi hanno eletto. I malumori, sempre più forti e organizzati, sono tutti per la gestione di Luigi Di Maio. Il capo politico e ministri degli Esteri è accusato di voler accentrare tutti i poteri e non essere disposto a delegare a nessuno: da mesi ormai parla della nascita di una segreteria di 10 o 12 facilitatori che lo aiuteranno a lavorare sui territori, ma dei nomi ancora non c’è l’ombra. Si dice che saranno annunciati proprio questo weekend, ma non è detto che sia una soluzione: sarebbe l’ennesima decisione presa a tavolino e lontano dallo spirito del Movimento. A “Luigi”, così lo chiamano rigorosamente da queste parti, sono tutti riconoscenti per quanto ha fatto finora, ma da un certo punto in poi lo hanno perso: gli contestano di aver gestito male la partita con il Carroccio, concedendo ai leghisti di tutto e di più, e di aver perso quella con il Pd nel momento in cui ha perso la maggioranza in Consiglio dei ministri. I più nervosi, raccontano sempre fonti interne a ilfattoquotidiano.it, dicono che Di Maio ormai viva chiuso nel suo “cerchio magico”, una parola che per troppi rievoca tristemente gli altri partiti, e uccida nella culla chiunque possa fargli ombra. E, addirittura, che stia esponendo il Movimento a troppi cambiamenti pur di restare al comando.

La lista degli assenti – Le accuse sono tante e pesanti e Luigi Di Maio, che nei Meetup è nato e cresciuto, sa bene che è arrivato il momento di dare delle risposte. Gli occhi sono puntati soprattutto su di lui e su cosa vuole far fare al Movimento da grande. Chi c’è oggi vuole capire perché sono assenti due pedine storiche come le ex ministre Barbara Lezzi e Giulia Grillo. Perché Gianluigi Paragone, che solo due anni fa era ospite d’onore sul palco, è a un passo dall’addio. O perché Ignazio Corrao, eurodeputato campione di preferenze al Sud, è impegnato in missione e ha scelto di non partecipare. Perché la Carta di Firenze, quel documento anonimo di un gruppo di dissidenti che chiede più democrazia interna, sia in realtà per molti un elenco “di richieste di buon senso” e fino a pochi anni fa le avrebbero sottoscritte tutti. Se le assenze dei soliti (dalla Fattori a Colletti e Mantero) ormai non stupiscono neppure, fa riflettere ad esempio che Stefano Buffagni, noto fedelissimo del Nord e sottosegretario al Mise, taccia da settimane: rifiuta interviste e a Napoli verrà solo per un saluto. Non ci sarà neppure Mattia Fantinati, uno che con i vertici è sempre andato a braccetto e che oggi ha preferito stare con la sua famiglia. La lista degli assenti si allunga ogni ora che passa e le assenze a quello che è un rito vero e proprio, a metà tra la scaramanzia e l’abbraccio collettivo, fanno molto rumore.

Chi manca davvero è un nome alternativo a Di Maio – Il vero assente continua a essere però un leader capace di contendere la leadership a Di Maio, almeno come capo politico. I dissidenti ci sono, i malumori pure, ma oltre le uscite di pochi coraggiosi, non succede niente. “Serve unire i fronti di chi non è d’accordo con la gestione”, raccontano i tanti che accettano di contestare lontano dalle telecamere. Ma il concetto è lo stesso da mesi senza che si riesca ad andare avanti. Un tempo il leader naturale sarebbe stato Fico: il presidente della Camera però, ha sempre predicato posizioni contrarie pur restando saldamente nella stanza di chi comanda. Tanto che la sua linea di lavorare a un accordo con il Pd è andata in porto. Per lui, ora che ha vinto, non è certo il momento di contestare. Comprensibile. In compenso però, se i critici restano senza guida sono destinati a non avere voce e, peggio ancora, nessun effetto.

Le “disillusioni da governi” – Ma Di Maio e i suoi dovranno fare i conti solo con i malumori dei colleghi, ma pure, e forse ancora più pericolosa, con “la disillusione da governi” degli elettori, che ora sono già due e non uno solo. Tre anni fa Italia 5 stelle di Rimini fu il raduno della speranza: Di Maio incoronato candidato premier, il suo popolo che si convinse dell’impossibile. Poi l’anno scorso, la prima festa di governo: il M5s riuscì nel miracolo di entrare a Palazzo Chigi e per farlo i suoi digerirono anche l’accordo con la Lega. Ora è il momento più difficile: il M5s è al governo con il Partito democratico, dopo un’estate di terremoti durante la quale ci si è preparati al peggio. Dove il peggio non era comunque, neppure nell’incubo peggiore, sedersi al tavolo con i nemici di sempre. Ora ci sono e non si può dire che sia una passeggiata. Anche oggi, il Movimento si proteggerà dietro Giuseppe Conte: finché c’è lui a metterci la faccia, significa che è il Pd a diventare sempre più come i 5 stelle e non viceversa. Eppure è sempre più faticoso: tanti parlamentari sono rimasti fuori dalla seconda infornata di nomine e non si spiegano perché, chi ha i ruoli di potere si sente impotente e non sa come stare al passo con le promesse fatte agli attivisti.

Ambiente, giustizia e innovazione. Su cosa e chi punta Di Maio – Anche per questo oggi, nella testa di chi del Movimento è parte da anni, è una giornata fondamentale. Negli stand, uno per regione, si parlerà di alleanze per le elezioni sui territori: come comportarsi nei singoli casi e aprirsi o meno ai patti civici con il Pd. Ieri sera Nicola Zingaretti ha proposto di “far nascere un’alleanza” vera e propria con il M5s. Il sangue si è gelato nel corpo di tutti da queste parti, eppure l’ipotesi viene presa in considerazione. L’Umbria, dove si vota a fine mese, sarà il vero banco di prova. Ma intanto cosa fare ad esempio in Emilia Romagna e Calabria? Proveranno a discutere anche di questo. I ministri invece interverranno tutti dall’agorà “Io sono futuro”. E qui il programma porta la chiara firma di Luigi Di Maio, con i rappresentanti del governo, ma anche alcuni dei suoi fedelissimi. Inizia alle 12 il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, uno dei due nomi riconfermati all’esecutivo dopo lo strappo nel Carroccio. Poi toccherà alle 13 al sottosegretario Riccardo Fraccaro, uno dei volti della riforma del taglio dei parlamentari. A seguire la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo e quella della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone. Nel pomeriggio parla la ministra fiore all’occhiello del governo Conte 2 Paola Pisano, la prima all’Innovazione. Poi Nicola Morra, presidente dell’Antimafia, e Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia. E pure il titolare del Mise Stefano Patuanelli e il fichiano assegnato ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. Da segnalare che domenica, per la prima volta, parla anche il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora: fedelissimo di Di Maio, non è mai stato molto apprezzato dagli attivisti per il suo passato di uomo d’apparato del Pd. Tra tutti i sottosegretari e viceministri non è un caso che Di Maio abbia scelto di far intervenire Manlio Di Stefano e Laura Castelli. Che ci siano loro e non altri ha scontentato moltissimi.

Dopo 10 anni è finita la scusa del “il Movimento è giovane” – Da queste facce partiranno le risposte che il capo politico vuole dare alla sua base. A fronte di malumori e delusioni, Di Maio intende rispondere soprattutto parlando di ambiente, scuola, lavoro e giustizia. Ha promesso anche “riforme” e dopo il taglio dei parlamentari c’è bisogno di un nuovo cavallo di battaglia che convinca tutti a stringere i denti. Italia 5 stelle, 10 anni dopo il battesimo del Movimento da parte di Beppe Grillo, è un esame di maturità. E’ finito il limite massimo per appellarsi alla scusa “eravamo giovani e non abbiamo capito”, ora il M5s ha gli strumenti per decidere chi vuole essere e dove vuole andare. E non è detto che tutti andranno davvero nella stessa direzione.

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