Condannato a quattro ergastoli per omicidi plurimi, occultamento di cadavere, sequestro di persona e detenzione di armi, in base all’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario Marcello Viola non può accedere all’assegnazione al lavoro all’esterno, ai permessi premio, e alle misure alternative alla detenzione, visto che non ha offerto alcuna collaborazione, anche quella che risulta oggettivamente irrilevante alle indagine. Così ha fatto ricorso. Strasburgo gli aveva dato ragione e ora conferma quella decisione respingendo il ricorso dell’Italia. La Cedu, infatti, aveva definito “trattamento inumano e degradante” l’istituto giuridico dell’ergastolo ostativo.

Ma chi è Marcello Viola? Da una ventina d’anni è in cella. Il carcere duro, secondo investigatori e magistrati, non gli impedisce di continuare ad essere il capo indiscusso dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta. Soprannominato il boss-chirurgo – grazie alla laurea presa in carcere – Viola si è sempre proclamato innocente. Le sentenze nei suoi confronti raccontano tutt’altro. È ritenuto uno dei protagonisti della sanguinosa faida di Taurianova, cittadina nella Piana di Gioia Tauro, che visse un paio d’anni di terrore a causa di uno scontro per il dominio mafioso del territorio che provocò decine di morti ammazzati tra alcune famiglie di Iatrinoli e Radicena, le due frazioni dalla cui unificazione nacque poi Taurianova. Tra i gruppi direttamente coinvolti anche le famiglie Fazzalari, Zagari, Giovinazzo e Viola da una parte e gli Asciutto, Grimaldi e Alampi dall’altra.

Per i giudici, Viola fu il mandante di quello che poi è stato definito il “Venerdì nero” di Taurianova. Era il 3 maggio 1991 quando nella cittadina della Piana, nel giro di poche ore, vennero uccise quattro persone. Una missione di morte durante la quale si verificò uno degli episodi più macabri della criminalità calabrese: Giuseppe Grimaldi venne decapitato e con la sua testa mozzata i killer fecero tiro a segno in una piazza della città. Un episodio che segnò l’apice della ferocia della faida. La vicenda fece il giro del mondo e contribuì, poche settimane dopo, al varo della legge che prevede lo scioglimento dei Consigli comunali per mafia. Taurianova, tra l’altro, fu il primo comune italiano sciolto per infiltrazioni delle cosche insieme a Casandrino, in provincia di Napoli.

Nello stesso giorno ci fu il tentativo di sterminio della famiglia Grimaldi. Dopo l’omicidio di Giuseppe, secondo l’accusa, Viola, insieme ad altre due persone, si recò a casa della vittima cercando di rapirne il figlio ed altri familiari. Tentativo che non andò in porto. Nel periodo della sua detenzione, sul finire degli anni ’90, Viola è anche riuscito a laurearsi, prima in biologia e poi in medicina e chirurgia. Infine si è iscritto anche in Economia aziendale. Studi che, probabilmente, lo hanno aiutato a pianificare insieme ai suoi legali l’attacco frontale all’ergastolo ostativo. Adesso la Cedu gli dà ragione.

“Penso che sia una grande vittoria per il nostro Paese. Me l’aspettavo, ne ero convinta, sapevo che era una cosa difficile ma confidavo nelle pronunce che già c’erano stato da parte della Corte”, commenta l’avvocato Antonella Mascia, che ha patrocinato il ricorso sul caso di Marcello Viola davanti alla Cedu. “Bisogna sempre garantire i diritti fondamentali, che sono inderogabili, che non possono mai essere compressi e valgono soprattutto per gli ultimi. Non è un automatismo, non è che si toglie lo strumento per combattere la mafia ma ci permette di esaminare caso per caso se una persona durante la detenzione è cambiata e ha finalmente una speranza di poter rientrare nella società”.

Secondo il legale, “circa mille persone potranno rientrare in questo sistema che permette la loro risocializzazione, ma bisognerà vedere caso per caso, non è un automatismo, non è che adesso escono tutti dalle carceri”. Per quanto riguarda Viola, aggiunge Mascia, “andremo ora davanti al Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila, per veder eseguire questa sentenza, che riguarda l’applicazione della misura individuale”.

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