My Name Is Michael Holbrook”. Mika ci mette la faccia, il proprio nome e cognome e a dodici anni di distanza dal tormentone “Grace Kelly”, che lo ha lanciato nel firmamento della musica mondiale, mette a segno il suo album più bello e allo stesso tempo doloroso. Spogliato dai fronzoli electro-pop, “My Name Is Michael Holbrook” – nato dopo due anni di scrittura tra Miami, Londra e in un paesino della Toscana – restituisce un artista a nudo che parla di depressione, lutti, la rinascita e la voglia comunque di combattere. Un manifesto esistenziale duro, reale e allo stesso tempo positività. Sono diversi i brani che colpiscono sia per gli arrangiamenti che per i testi diretti, e non sono certamente i due singoli prescelti “Ice Cream” e “Tomorrow”. Due canzoni che in qualche modo si riallacciano allo “stile” Mika, dei precedenti lavori, messi in commercio per non disorientare troppo i fan storici. In realtà il disco contiene piccoli gioielli musicali come “Paloma”, “Sanremo” e “Tiny Love”. Tra i brani più toccanti “Ready to call this love” e “I Went to hell last night” in cui evoca dio. “L’ultimo brano – racconta Mika a FqMagazine – parla di una persona a me cara, vicina, che conosco molto bene che ha problemi di dipendenza. Ha avuto una ricaduta ed è caduta all’inferno. In quel momento è inutile arrabbiarsi e bisogna farsi forza, pensando che in ogni molecola che abbiamo c’è una parte di dio che può condurci fuori dal tunnel, a rivedere la luce. In ‘Ready to call this love’ invece canto ‘Ho paura del mondo perdere l’amore nel buio, ogni volta che mi muovo troppo velocemente cado a pezzi’. E’ vero, ho corso e ho fatto del male. Adesso ho rallentato e rallentando mi sono sentito più libero”.

Questi ultimi anni sono stati dolorosi per Mika che ha dovuto fare i conti con se stesso e il suo passato. L’artista ha perso cinque persone care, alle quali era molto legato. E ha dovuto affrontare anche il dolore di un problema di salute della madre, proprio nel momento in cui era tornata la vena creativa dopo due anni. “Mi ero recato a Savannah, in Georgia – spiega l’artista -, per visitare la tomba dei miei avi. In una lapide c’era il mio stesso nome reciso a metà a causa dell’incuria. In quel momento mi si è mosso qualcosa dentro. Sono tornato a casa e dopo moltissimo tempo ho iniziato a scrivere una canzone. Ma in quel momento è squillato il telefono ed era mio padre che diceva ‘vieni a Dubai, mamma non sta bene e deve operarsi’. A quel punto mi dico ‘cavolo che stronza dopo tutto questo tempo ho aspettato due anni a scrivere una canzone e in quello stesso giorno devi operarti!’. Invece ho sbagliato a pensare quelle cose e mi sono reso conto che era una coincidenza assurda: tornare a suonare al pianoforte di casa è stata la cosa più bella che potesse capitarmi. Ho anche fatto pace con mio padre da cui mi sono allontanato negli anni scorsi. Mi sono ricordato di alcune cose, come quando a sette anni a causa della mia dislessia avevo avuto dei problemi con una insegnante. Avevo smesso di parlare. Allora mio padre ha affrontato la professoressa davanti a tutti, difendendomi. Tante cose che sono successe che mi hanno allontanato da mio padre. Per tanto tempo non sono stato Michael (anche mio padre si chiama così), ho dovuto fare un percorso personale. Ho lanciato anche una sfida e una provocazione a me stesso per liberarmi della distanza che avevo con mio padre con il suo nome e il mio nome e tutta la parte legata al nostro rapporto”.

A novembre Mika partirà in un tour con uno spettacolo in giro per l’Europa. Il Revelation Tour comincia a Londra il 10 novembre, per proseguire in Spagna, Francia, Italia (dal 24 novembre), Svizzera, Olanda, Belgio e Lussemburgo. Lo show rispecchierà un po’ le atmosfere del disco, ci saranno delle installazioni sul palco e il pianoforte sarà “magico”. Non è accantonata l’idea della tv: “C’è un bel progetto che ho in mente e che non vedrà solo me alla conduzione, ci sarà un ‘enfant terrible‘ perché amo anche l’imprevisto”. Potrebbe essere Fiorello? Chissà… Intanto il cantautore torna piano piano alla normalità: “La vita è una merda. Sono stato più felice negli ultimi dieci anni ma anche il più triste. Ho portato con me dentro tutto e ora sento l’urgenza di condividere con chi mi verrà ad ascoltare in concerto”.

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