Musica

“Israele ha sfruttato l’Eurovision per ripulire la propria immagine”: l’inchiesta del New York Times

Documenti finanziari, diplomatici in azione e voti sospetti: il New York Times ricostruisce anni di propaganda israeliana all'Eurovision.

di Antonella Zangaro
“Israele ha sfruttato l’Eurovision per ripulire la propria immagine”: l’inchiesta del New York Times

L’Eurovision non è solo una “semplice celebrazione di abiti scintillanti, orgoglio gay e scenografie pirotecniche”, ma stando a quanto emerso da una inchiesta condotta dal New York Times, Israele ne avrebbe scoperto (e sfruttato) l’indiscusso soft power. L’edizione 2026 del grande concorso musicale parte sotto auspici piuttosto cupi: da una parte c’è l’ingerenza dei governi, con le accuse a quello di Netanyahu di influenzare il voto e con le proteste per boicottarne la presenza mosse a suo tempo da Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e Slovenia e dall’altra parte, c’è la crisi finanziaria di Unione Europea di Radiodiffusione, ovvero dell’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce il concorso, le cui casse piangono.

Il modo peggiore per festeggiare 70 anni di storia di una gara canora nata per celebrare la fratellanza è quello di piegarla agli effetti della grande crisi internazionale che sta mettendo in discussione gli equilibri geopolitici che sono stati dati per scontati per decenni e che, oggi, sembrano renderla incapace di farsi davvero indipendente.
L’inchiesta condotta dal NY Times avrebbe svelato tutto ciò che si muove dietro le quinte di un concorso fatto di luci e lustrini, dando finalmente voce al dibattito in corso da anni sulle sue regole d’ingaggio e sulla loro corretta osservazione. A scatenare le polemiche, la partecipazione di Israele che, dopo lo scoppio della guerra a Gaza, alcuni stati non avrebbero più voluto vedere rappresentata su quel palco e dall’altra parte, il tentativo incessante di Netanyahu di influenzare i risultati del voto dopo aver scoperto come quel palcoscenico rappresenti una facile occasione per ripulirsi l’immagine, semplicemente pagando.

Dalla fine del 2023, con l’inizio del conflitto in Palestina, la campagna per boicottare la presenza degli artisti israeliani ad Eurovision, in solidarietà verso Gaza, ha risvegliato l’interesse dei governi, sempre più attenti ad un concorso musicale seguito da 166 milioni di persone nel mondo. Il quotidiano americano ha rivelato come alcuni diplomatici israeliani avrebbero invece tentato di contattare funzionari e reti tv di tutta Europa per fermare quegli sbarramenti.
Il tutto, va anche ricordato, mentre alcuni leader internazionali alzavano la mano per sostenere il riconoscimento dello Stato di Palestina e altri arrivavano ad evocare l’accusa di genocidio per una guerra costata migliaia di vite umane: “Sono un po’ sorpreso del fatto che questa sia una questione su cui l’ambasciata sta indagando”. Stefan Eiriksson, direttore dell’emittente nazionale islandese, lo scorso dicembre era stato contattato da un diplomatico israeliano per discutere di Eurovision.
Il New York Times ha così svelato le azioni diplomatiche per sostenere o condannare la politica, laddove la politica dovrebbe essere ampiamente assente.
L’indagine ha anche mostrato come l’influenza del governo di Netanyahu sia attiva da anni, almeno dal 2018 e sempre con lo stesso obiettivo: vincere e convincere il mondo della sua buona condotta, a suon di dollari e trofei.

Una serie di documenti finanziari, ai quali il quotidiano ha avuto accesso, avrebbe dimostrato il perpetrarsi di una attività di “marketing” attivata dall’ufficio cosiddetto “hasbara” che dal ministero degli Esteri è arrivato a spendere un milione per fare propaganda e spingere verso la vittoria i cantanti israeliani. Interpellato sulla questione, un portavoce di Netanyahu non ha mai risposto.

Dal canto suo, il direttore dell’Eurovision, Martin Green, avrebbe tentato di minimizzare la vicenda ammettendo che Israele ha effettivamente tentato di incidere sui risultati del voto promuovendo delle campagne on line piuttosto impattanti, ma che nonostante questo, nel 2024, il quinto posto ottenuto sotto le proteste di Malmo dall’artista Eden Golan (a soli otto voti dal vincitore) non sarebbe stato frutto di quelle azioni.
Inoltre, non esisterebbero prove del fatto che Israele possa aver usato bot o tattiche occulte per spostare i voti a suo favore, restano però i fatti. Il voto popolare, in paesi del tutto imprevedibili, cioè quelli dove il sentimento antisraeliano è più forte e manifesto, ha toccato picchi inspiegabili e per effetto delle regole del sistema, il risultato sarebbe stato ottenuto con poche centinaia di clic.

Nel 2025, in Svizzera, Israele è arrivato secondo vincendo il voto del pubblico e questo ha fatto insospettire perché, sebbene l’acquisto di spazi pubblicitari e dei messaggi sui social media non sia illegale, lo stesso Netanyahu è stato sorpreso a pubblicare il suo sostegno con tanto di invito al voto (multiplo e ripetuto) per l’artista Raphael. Il viceambasciatore di Israele in Austria, Ilay Levi Judkovsky, ha dichiarato al NY Times di aver contattato un gruppo della diaspora per votare Raphael, scampata all’attacco del 7 ottobre del 2023. Quest’anno, a Vienna, altri paesi avrebbero iniziato a mobilitare le loro “truppe” per il voto e uno spot israeliano, che sostiene Noam Bettan, ha diffuso sui social media dei post in cui si invitava a votare per lui dieci volte provocando nuove polemiche. Gli organizzatori hanno chiesto la rimozione dei post.

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