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Non solo Eric Clapton colpito da un disco: Ariana Grande, Harry Styles e Frank Zappa. La lunghissima lista delle star “vittime” dei fan

Il celebrante – lo stregone, lo sciamano, il profeta, il druido, fate voi – incombe da quell’altare per liturgie profane di rock e pop

di Stefano Mannucci
Non solo Eric Clapton colpito da un disco: Ariana Grande, Harry Styles e Frank Zappa. La lunghissima lista delle star “vittime” dei fan

Un paradosso mitologico. La storia di Eric Clapton colpito dalla copertina di un vinile, quasi alla fine del concerto di Madrid, svela non solo l’idiozia del tiratore ma anche il legame inconscio tra il semidio e i suoi discepoli, là sotto. Una incolmabile distanza separa le due parti. Il celebrante – lo stregone, lo sciamano, il profeta, il druido, fate voi – incombe da quell’altare per liturgie profane di rock e pop; i devoti sono ai suoi piedi, immersi nel rito, impossibilitati a farsi ancor più vicini.

Ed ecco che l’anziano Clapton viene centrato da un disco, una delle sue stesse armi, rischiando di incrinarsi le costole proprio con quel contenitore vintage – il long-playing – delle formule alchemiche blues che hanno dato senso alla vita e all’arte di Eric. No, non è soltanto un report balistico: nel gesto dello spettatore a caccia di autografi leggi una profanazione dell’idolo e del luogo dove l’immaginazione si fa concreta, il palco, la scena, la skené della tragedia greca, Eschilo che aveva fatto balenare davanti agli occhi dei convenuti a teatro la tenda di Serse, re dei Persiani. Niente è cambiato, in due millenni e mezzo, tra rappresentazione e adorazione.

Ma se io non posso toccarti o sfiorarti, caro il mio divo contemporaneo, ti bersaglierò e diventerai mio, mio e di nessun altro. Per interposto oggetto. Poi dipende dal proiettile, certo. I Blues Brothers dietro la rete da polli per ripararsi dalle bottiglie di birra nelle bettolacce country sono roba da cinema, ma Harry Styles se l’è beccata davvero una mezza minerale, per fortuna di plastica. Al Coachella Ariana Grande fu lambita da limoni piovuti dal pit; Billie Eilish calzò sulla fronte, tanto per ridere, dei seni finti tirati da un buontempone. Justin Bieber accusò dolori alla schiena per via di un sacchetto di caramelle, Bebe Rexha per poco non ci rimise un occhio causa lancio di un telefonino. Roba pericolosa, mica il solito peluche o la tovaglietta con frasi d’amore. Se sei un’artista strutturata sai fingere disinvoltura pure quando un esagitato ti afferra una gamba o un braccio come se volesse rapirti: a Taylor Swift è successo nell’Eras Tour, dove ha vissuto anche la disavventura di ingoiare una mosca a metà di una canzone.

“Era buona”, giura la miliardaria della porta accanto. Sul palco, del resto, sei esposto al bene e al male, sei emotivamente nudo, coperto solo dal tuo repertorio. E lì davanti, ne sei sicuro, ci sono esaltati disposti a tutto pur di portarsi via un qualunque pezzetto di te. I Beatles rinunciarono ai concerti dopo il giro americano del ’66. Le ragazzine in deliquio si buttavano sotto le loro macchine, bussavano ai finestrini. Pronte a cannibalizzarli per una coccia di capelli o una carezza.

Ben prima dell’assassinio di Lennon davanti al Dakota House, Paul McCartney aveva sviluppato una nevrosi: era convinto che in fondo alla sala, durante un qualunque live, si annidasse un killer pronto a farlo fuori. A qualcuno è accaduto davvero: l’8 dicembre 2004 a Columbus Ohio, il chitarrista Dimebag Darrell stava suonando dal vivo con la sua nuova band, i Damageplan. Un ex militare psicopatico, Nathal Gale, gli sparò cinque volte da distanza ravvicinata. Oltre a Dimebag morirono altre tre persone più lo stesso Gale, un fanatico dei Pantera, il formidabile gruppo metal in cui Darrell aveva militato fino all’anno precedente. La tragedia confermò la plausibilità della diffidenza tra la star e il pubblico: non sai mai chi verrà ad ascoltarti.

Il rapporto fiduciario puoi rinsaldarlo solo con quel gesto di purificazione che è il “diving”, il tuffo tra la gente, sperando che non ti facciano sbattere il muso a terra; magari saltando tra le loro braccia all’indietro, senza sapere chi ti prenderà, come insegnava Peter Gabriel. Fluttuando sospeso in aria, passato di mano in mano, dolcemente, prima di tornare nel tuo porto sicuro al proscenio, a meno che il tuo non sia un set punk o che tra quelli che hanno comprato il biglietto non faccia capolino un subumano. Il 12 dicembre 1971 – una settimana dopo l’incendio al Casinò di Montreux che avrebbe ispirato “Smoke on the Water” dei Deep Purple – i Mothers of Invention di Frank Zappa archiviano il trauma svizzero muovendo alla conquista dell’Inghilterra. Quella sera sono al Rainbow di Londra. Durante il bis con l’omaggio beatlesiano di “I want to hold your hand” un corpulento operaio di 24 anni, Trevor Howell, ipotizza che Zappa stia facendo gli occhi dolci alla sua ragazza. Così sale i gradini laterali che portano alla scena e spinge brutalmente Frank dabbasso, nella buca dell’orchestra di cemento armato.

Il collo del rocker appare innaturalmente piegato, si sparge la voce che sia morto sul colpo. Per fortuna si riprenderà, ma è costretto in ospedale per sei mesi, tra operazioni e sedia a rotelle. La laringe è compromessa, la voce di Zappa si abbassa permanentemente di un tono: in convalescenza, si dedica a lungo a composizioni orchestrali. Simili incidenti sono pane per la paranoia dei big del rock: nel ’77 i Pink Floyd, alle prese con la tournée di “Animals”, approdano allo Stadio Olimpico di Montreal. I canadesi non sono particolarmente calorosi, parlottano in tribuna e in platea. “Se ne fregano del nostro sforzo”, pensa indispettito Roger Waters. Che a un certo punto vede un ragazzo tentare di guadagnare il palco. Una volta a tiro, Waters gli sputa in faccia.

Il giovane ne resta scioccato e ancor di più il bassista, che andrà in terapia per spiegarsi il proprio inaccettabile gesto. Da quell’analisi scaturirà “The Wall”, il Muro invisibile che divide le stelle dai terrestri. E l’incomunicabilità tra esseri umani, il mondo e i suoi confini. Talvolta da un atto di ostilità può nascere una mirabile sintesi creativa, come per il doppio dei Pink Floyd. In altri casi bisogna realizzare chi sia l’intruso, l’estraneo che cerca di calpestare il tuo territorio, il tuo spazio sacro. Il 23 gennaio ’77 a Tampa, Florida, il Patti Smith Group condivide il cartellone con Bob Seger. Patti è avvolta nel reggae trascendente di “Ain’t it strange”, sta cantando il verso “the hand of God…I feel the finger”. Inciampa in un monitor e precipita dall’altezza di quattro metri, sbattendo la testa e fratturandosi le vertebre del collo. Chi o cosa aveva favorito la caduta? “È stata la mano di Dio”, rispose lei. No, quella notte non era stato un fan.

O forse sì.

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