Minchia che risate. Se avevate nostalgia di Ficarra e Picone, che tanto arrivano in sala il 12 dicembre 2019 con Il primo Natale, un altro comico siciliano vi farà letteralmente sbellicare dalle risate al cinema dal 3 ottobre. Il film s’intitola TuttAPPosto ed è l’esordio su grande schermo come protagonista del cabarettista palermitano Roberto Lipari. Se non lo conoscete non fa niente. Il ripasso che farete con TuttAPPosto basta e avanza. Prendendo a pretesto il sempiterno baronaggio all’interno dell’università italiana, Lipari squaderna moralità ed etica mettendo in scena una farsa purissima che vale ben di più di un qualsiasi corrucciato pamphlet accusatorio. Ovvero con la risata si smaschera con maggiore efficacia il marciume di una consuetudine che conoscono anche i sassi. Nell’ateneo dell’inventata Borbona Sicula, Roberto (lo stesso Lipari) figlio del preside (Luca Zingaretti truccatissimo) dell’università stessa corre a dare un esame di cui si era dimenticato. Nulla di che, perché tanto l’interrogazione è tutta concordata con tre domande addirittura scritte su un foglietto, e il professore che ha pure fretta perché deve andare a calcetto.

Peccato raccontare l’incipit in modo così asettico, perché TuttAPPosto ha tutta una sua barocca e arzigogolata esposizione dei paradossi. Tutti i professori, ad esempio, hanno lo stesso cognome, fanno tutti la stessa domanda a Roberto riguardante il padre, e soprattutto le loro difettose peculiarità sono sottolineate con arguzia visiva e lessicale tale da renderle in pochi secondi immediatamente universali. Chi ha vissuto anche mezzo anno di università non può che capire in quei cinque/dieci minuti di film ogni codice “mafioso” tra i corridoi di Borbona Sicula. E quando diciamo tutto, intendiamo tutto compresi i ribelli che protestano, il fantozziano dramma di assistenti e dottorandi, la vita sacrificata nelle case degli studenti, spinte e spintarelle nepotistiche perfino per il settore amministrazione. Solo che Roberto per amore di una bella studentessa russa prova a ribellarsi, prima di tutto a livello personale, allontanandosi dal padre padrone, iniziando un lavoraccio (frigge arancin – sintesi comico-sicula tra arancini e arancine), frequentando tirapiedi e studenti che fino a quel momento lo odiavano. E lì tra i suoi pari inventa la App che metterà in riga la corruzione in ateneo: TuttAPPosto. Un sistema modello Tripadvisor con stelline per votare i prof che piega la resistenza dei docenti e li fa tornare al loro equo e democratico ruolo che la professione impone coinvolgendo l’encomio del ministro dell’istruzione (Monica Guerritore).

Lipari, zalonianamente abbonda nel fuoco di fila delle gag, non lascia un attimo di respiro, un buco vuoto, se non qualche momento romantico tra Roberto e la bella russa di cui è innamorato, a sua volta innervato dalla continua spiegazione dei concetti di “minchia” e “minchiate” (fraseggio imperdibile di Lipari quando vinse il programma tv Eccezionale Veramente). TuttAPPosto ha come dono principale proprio quello di non cadere mai di ritmo, di non incappare mai (e quando diciamo mai, vi sfidiamo a provare il contrario) in una battuta che non sia dello stesso tenore della precedente e della successiva. L’omogeneità di tono della farsa è un merito che va ascritto alla sceneggiatura (Lipari con Ignazio Rosato e Paolo Pintacuda) e ad un cast perfetto tra tic e idiosincrasie dei singoli (citiamo Francesco Russo, l’assistente lecchino, e Silvana Fallisi, la madre di Roberto, senza che gli altri ne abbiano a male). Poi chiaro, aver girato un film del genere, quando dopo pochi mesi è scoppiato un vero caso di mala università all’ateneo siciliano di Catania non è del tutto frutto del caso.

Lipari però ricamandoci sopra l’irriverenza grottesca e surreale della farsa può prendersi l’onore dell’anticipo sulla cronaca, ma anche starsene lontano concentrando comunque l’attenzione con il suo TuttAPPosto su questo gradino scheggiato della crescita, categoria (nefasta) dei bamboccioni, con la soffocante imposizione del successo esistenziale imposto da genitori realizzati, e in questo caso potenti. Oltre alla solita impossibile, gattopardesca massima del cambiare tutto perché tutto resti come prima (qui velatamente citata), che va oltre le risate e si immobilizza in modo agghiacciante nemmeno fossimo in Shining nel ghigno beffardo del divertito prof Mancuso (si chiamano tutti Mancuso a Borbona Sicula) quando il suo assistente, che di professione gli ha fatto caffè, infilato il cappotto e lavato l’automobile, lo manda sonoramente a fare quell’altro. La patina cromatica da film Medusa buono per tutte le stagioni trae un po’ in inganno. La regia è comunque di Gianni Costantini, primo assistente sui set dei maggiori successi di Ficarra e Picone, nonché con opera prima in curriculum per Ravanello Pallido con la Littizzetto.

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