“Non c’era nessun motivo per partire. Semplicemente amo viaggiare”. Meglio dire che amano viaggiare, perché sei anni fa Daniele Belloni non è partito da solo. A fare un biglietto di sola andata da Cremona c’era Beatrice Zanoni, la sua compagna. È con lei che oggi vive dall’altra parte del mondo, a 15mila chilometri da casa, a Cairns, nel Queensland, Australia. Una casetta sull’Oceano Pacifico da un paio di anni è diventata la loro residenza stabile. Con la loro veranda per “godermi – di ce lui – un bel bicchiere di birra io e un buon calice di vino lei, coi piedi sul tavolino”.

Guai a chiamarlo “cervello in fuga” e guai a dire che Daniele è un ragazzo “infelice e arrabbiato con l’Italia”. “Lasciamo da parte gli stereotipi – racconta a ilfattoquotidiano.it -. Non ero certo stanco del mio Paese”. Però già sapeva che vivere come gli aussies, “in un posto bellissimo e senza ritmi frenetici”, gli sarebbe piaciuto un sacco. E così è stato: “La vita qui è diversa: ho perso l’abitudine di preoccuparmi per le difficoltà che la vita ti mette davanti. Difficoltà che ci sono state, per carità, ma che io e Beatrice abbiamo già scordato”. La natura gli ha rubato il cuore. Chilometri di spiagge, la barriera corallina. E viste mozzafiato.

Tutto è cominciato da qui, un po’ prima, da tre parole: Working Holiday Visa, il visto della durata di un anno che ti permette di trascorrere un periodo di vacanza e lavoro in Australia. “Rapiti dall’idea”, Daniele, vetraio nella ditta di famiglia, e Beatrice, educatrice in una residenza per anziani, allora entrambi 24enni “con tanta voglia di sfidare il mondo”, sono partiti. Il riassunto dei primi due anni è meglio del tour dell’Australia organizzato da un’agenzia viaggi: Sydney, Oberon, Eden, Cooma, Melbourne, Kangaroo Island, Adelaide, Nullarbor Plain, Margaret River, Perth. Per mantenersi, Daniele anche in Australia fa il vetraio: un lavoro manuale, “il biglietto da visita che gli permette di vivere in un Paese sempre alla ricerca di artigiani capaci”.

La fortuna di conoscere il mestiere, “grazie a mio padre, mi ha dato un vantaggio enorme”, confida con orgoglio. Taglia e lavora il vetro “per clienti di nicchia, per chi ha i soldi, tanto per capirci”. Lei, invece, è graphic designer. Per Beatrice, così come per Daniele, rimanere a vivere nella terra dei canguri è stata una scelta “di pancia, istintiva”. “’Non perdiamo tempo. Andiamo’, mi disse Bea – ricorda lui – quando si presentò la possibilità di ottenere un visto-permanente”. Diploma, certificato medico, esame d’inglese, pochi altri documenti, e il visto fu accettato. “Ci potevamo permettere una casa tutta nostra, senza essere costretti a dividerla con altri ragazzi”, raccontano. E tutte le difficoltà ormai sono alle spalle. Difficoltà che, però, non nascondono: uscire dalla comfort zone all’inizio è stata dura. “Ero uno straniero in una terra che non sentivo ancora mia, un immigrato che doveva dimostrarsi umile e lavorare sodo. Ma non ho mai vissuto episodi di intolleranza o emarginazione, non mi sono mai sentito in pericolo. Dal canto nostro, ci siamo subito integrati”.

La classica domanda “come si vive in Australia?” infastidisce Daniele, semplicemente perché è una domanda a cui “non si può rispondere”. Dipende, infatti, quale Australia intendiamo: la realtà metropolitana di Sydney, Brisbane o Melbourne? “Città enormi e frenetiche, spiagge, vita notturna, mille opportunità”. Le fattorie nell’Outback o le tablelands? “Qui il tuo vicino di casa abita a 30 chilometri da te”. Alice Springs? “Città sperduta nel deserto, a metà strada fra Darwin e Adelaide, entrambe a 1500 chilometri di distanza. E Cairns, dove vivono loro? “Cittadina sulla costa dove la vita va alla velocità giusta ed è semplicemente perfetta”. Già, perfetta. Ecco la risposta giusta. E comunque la si pensi, sintetizza Daniele, “l’Australia è stata buona con me. Forse perché l’ho vissuta nel verso giusto. O magari sono stato solo fortunato. Una storia lunga sei anni che, quando torno in Italia a far visita ai miei, al bar mi piace raccontare così”.

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