“Sì, sono stato costretto a emigrare: dopo aver perso il mio ultimo lavoro in Italia per un anno ho cercato e fatto qualche colloquio, ma senza risultati”. Giuseppe Bonfitto ha 41 anni: è nato e ha studiato a Roma (una laurea in Lingue orientali alla Sapienza). Dopo essere rimasto disoccupato, a 26 anni ha deciso di partire e trasferirsi in Giappone. E lì vive da 15 anni, oramai, con la sua famiglia. “Qui si sta troppo bene. E se vali veramente puoi fare carriera”, racconta.

L’ultimo lavoro in Italia per Giuseppe è stato il commesso presso una boutique all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino. Poi, dopo aver perso il posto, il nulla. “Un anno senza lavoro è lungo e logorante, soprattutto a livello psicologico”, ricorda. Così prende l’idea in considerazione e decide di trasferirsi in Giappone: “La prima volta che ho lasciato l’Italia ero molto impaurito visto che non parlavo né inglesegiapponese. Da allora sono passati ben 15 anni”, sorride. Ma perché proprio il Giappone? “Fin da piccolo mi sono sempre interessato alla storia del Giappone feudale – spiega – e tuttora studio katori shinto ryu, una delle più antiche scuole di spada nipponiche ancora esistente”. L’impatto è stato traumatico: “La prima volta che sono arrivato in Giappone sono stato travolto dalla confusione, dai rumori, dalla moltitudine delle persone. Non sapevo come comunicare e per di più il bancomat non mi funzionava. Per alcuni giorni ho mangiato usando i pochi contanti che avevo con me, scegliendo i panini più economici del McDonald’s”.

Anche oggi Giuseppe fa il commesso, ma a Yokohama. Per imparare la lingua ha impiegato non più di tre anni. La qualità di vita è migliore ma la sua giornata di lavoro assomiglia a quella di un suo omologo italiano. Con una differenza. “Per prendere dieci giorni di ferie l’anno devo fare i salti mortali. Qui si lavora veramente tanto, con orari no-stop”, spiega. Giuseppe ci tiene a sottolineare che i giapponesi sono ospitali, ma molto severi sul lavoro. “Dal lavapiatti al manager devi essere perfetto quando sei al tuo posto di lavoro, e la nazionalità conta poco”. Allo stesso tempo, però, ci sarà sempre una cosa che resta difficile da capire e che è l’opposto rispetto a quanto raccontato da altri expat. “Non mi spiegherò mai la fissazione maniacale che hanno di fare sempre gli straordinari, anche se non serve”, dice.

Dal punto di vista economico con uno stipendio normale in Giappone si “vive in maniera più che dignitosa”, conferma Giuseppe: “Lo Stato non aiuta economicamente gli stranieri. Qui si è uguali ai giapponesi, con gli stessi obblighi e gli stessi diritti”. Un’uguaglianza sulla vita e sulla carta che si traduce anche nell’assenza di pregiudizi. “Mai sentiti sulla mia pelle – spiega Giuseppe -. Segui le loro regole sul lavoro e nella vita di tutti i giorni e non ci sono problemi”. La prospettiva di tornare è più che lontana, anche se a Giuseppe piacerebbe portare un po’ di Italia dall’altra parte del mondo. “Qui, purtroppo, non esiste una vera comunità italiana. Ho chiesto più volte all’ambasciata italiana di Tokyo se fosse possibile la creazione di un asilo italiano per dare ai nostri figli la possibilità di assorbire un po’ della lingua e della cultura del nostro Paese. La risposta è stata netta: non ci sono soldi e sponsor, quindi niente – spiega Giuseppe –. Esausto dei vari no ho creato con altri genitori che avevano gli stessi problemi un gruppo che organizza eventi completamente gratuiti per far vivere un po’ le nostre usanze ai più piccolini”.

Quello che nota in Giappone è che il senso civico è condiviso e incide sulla qualità di vita di tutti. “In Italia si pensa troppo a se stessi. Manca l’amore vero per la collettività. Qui ho imparato che l’unione fa la forza”. Il suo rapporto con l’Italia è di grande affetto “perché è il Paese che mi ha visto crescere”, ma anche di “odio perché non funziona bene quasi niente e me ne accorgo ogni volta che torno. In vacanza”. C’è però qualcosa che a Yokohama non potrà mai esserci e che a Giuseppe manca. “La bellezza di Roma: monumenti, chiese. Qui è ovunque tutto uguale. Vicino ogni stazione trovi sempre la solita catena di bar, fast food e librerie”. Ma, in fondo, quello che pesa è “il fatto di aver trovato subito lavoro, dopo un anno passato nel nulla in Italia”.

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